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Provincia di Firenze
LA PAROLA “DEMOCRAZIA”, APERTO IL CONVEGNO
I lavori fino a domani nella Sala di Luca Giordano di Palazzo Medici Riccardi
Si è aperto oggi alle 9.30 con il saluto di Carlo Azelio Ciampi, letto dal presidente del Vieusseux Enzo Cheli, il Convegno “La parola Democrazia.” Ciampi ha sottolineato la necessità di un impegno etico per la democrazia che coinvolga “le istituzioni della repubblica, la scuola, il mondo della cultura e tutti i cittadini”. Questa etica necessaria è stata ripresa dal presidente emerito della Corte costituzionale, Gustavo Zagrebelsky, primo relatore della mattinata. Il convegno chiuderà il suo primo giorno di lavori nel tardo pomeriggio con la relazione di Massimo D’Alema. L’incontro, organizzato dal Gabinetto Vieusseux, intende riflettere sulle grandi trasformazioni e sui principali problemi attraversati dai sistemi politici occidentali: crisi di partecipazione degli elettorati, costi sempre più alti della comunicazione politica, rapporti tra politica e poteri economici forti, crisi dei partiti e della militanza, rapporti tra stati nazionali e forme sovranazionali (Unione Europea, Nazioni Unite, Fondo Monetario Internazionale).
Al Convegno, presieduto da Enzo Cheli, e da Giovanni Gozzini, rispettivamente Presidente e Direttore del Gabinetto Vieusseux, interverranno alcuni tra i maggiori rappresentanti del parterre politico italiano, costituzionalisti, filosofi, filologi e molti illustri studiosi di sociologia, storia, diritto, storia e scienza della politica.
I relatori
Khaled Fouad Allam, Remo Bodei, Luciano Canfora, Francesco Paolo Casavola, Massimo D’Alema, Biagio De Giovanni, Ilvo Diamanti, Giovanni Ferrara, Domenico Fisichella, Roberto Gualtieri, Paul Ginsborg, Yves Meny, Angelo Panebianco, Vittorio Emanuele Parsi, Stefano Passigli, Marco Tarchi, Marcello Veneziani, Gustavo Zagrebelsky.

Il Convegno è stato realizzato grazie al contributo della Provincia di Firenze, della Cassa di Risparmio di Firenze, e in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Firenze.
Gli Atti del Convegno saranno pubblicati da Bollati Boringhieri

Gabinetto Scientifico Letterario G.P. Vieusseux
direzione 055.288342

Davis & Franceschini
arte letteratura spettacolo
organizzazione ufficio stampa
Alba Donati 335.5250734 Irene Mari 333.7177706
055.2347273 davis.franceschini@dada.it

ABSTRACT

REMO BODEI
La parola d'ordine Libertà o morte! è risuonata ed è stata ricamata sulle bandiere durante e dopo la Rivoluzione francese. Essa non allude soltanto alla determinazione di chi combatte di conservare o conquistare la propria libertà a costo della morte, ma rinvia alla radice di una biopolitica più antica di quella moderna, che può servire da utile pietra di paragone anche per l'oggi. La libertà è una rischiosa conquista: la merita soltanto chi mette in gioco la propria vita e preferisce la morte alla sottomissione al volere altrui. È una decisiva prova del fuoco quella che seleziona gli uomini e li divide in chi è capace di dominare e chi di soltanto di obbedire. Merita di servire chi per incapacità o per viltà, vuole conservare la propria vita, barattando la libertà con la sopravivenza. Se è vero, come afferma Elias Canetti, che "l'ordine è più antico del linguaggio, altrimenti i cani non potrebbero capirlo", allora è libero chi si innalza al di sopra della sua animalità e chi - secondo una tradizione che va da Aristotele a Sepúlveda e da Locke a Hegel e oltre - non dipende personalmente dall'arbitrio altrui.

LUCIANO CANFORA
La realtà parlamentare e del suffragio via via sempre più allargato, la dimensione dei grandi stati nazionali, la ricchezza della documentazione ecc. rendono la riflessione sulle élites politico-parlamentari dei secoli XVII-XIX (e XX) infinitamente più articolata rispetto ad analoga indagine sul mondo greco o sul mondo romano. Nondimeno il mondo antico greco-romano ha avuto esperienza di alcune élites durevolissime. Prima fra tutte il senato romano, nonostante le reiterate proscrizioni e i “gonfiamenti” volutamente ipetrofici (si pensi al senato cesariano). Altro importante esempio quello delle grandi famiglie ateniesi, da prendersi in considerazione in particolare per la fase storica compresa tra Solone e la caduta di Atene: quasi due secoli di storia. Le dinamiche di queste élites in una realtà più piccola e più arcaica ci interessano in relazione ai vari sistemi politici con cui coesistettero e di cui assunsero la guida. L’esempio da me scelto è Atene, dove ugualmente la superstite letteratura politica e storico-politica e filosofica è attraversata costantemente da una riflessione, spesso aporetica, sul ruolo delle élites.

FRANCESCO PAOLO CASAVOLA
La parola democrazia diventa sempre più polisemica a mano a mano che ci si allontana dalla sua essenzialità originaria di governo del popolo e non di un monarca e non di una oligarchia. Il liberalismo non fu, nel suo primo impianto, democratico, ma elitario e, specie nelle monarchie costituzionali, la forma di governo parlamentare vide attivo il notabilato più che partiti di popolo. Solo quando ai partiti di opinione successero i partiti di massa la questione della democrazia nacque come effettività della legittimazione del potere attraverso una estensione del suffragio elettorale e una rappresentatività non astratta e formale degli interessi dei cittadini. La svolta della democrazia contemporanea data dalla Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 e ha come tappa significativa di un nuovo percorso la Carta di Nizza del 2000 dei diritti fondamentali dei cittadini dell’Unione Europea, divenuta la parte seconda del Trattato recante una costituzione per l’Europa del 2004. I diritti dell’uomo diventano il vero fondamento dello Stato costituzionale democratico ed hanno la portata di valori più che ancora di regole di tutela. Tra questi valori, tre sembrano avere una forza riassuntiva e universale rispetto ad ogni altro: la vita, la cultura, la coscienza, riflesso di quel riconoscimento supremo ch’è quello della intangibilità della dignità dell’uomo.

BIAGIO DE GIOVANNI
La costruzione europea attraversa una grande crisi di legittimità, ed essa influisce in modo decisivo sul tema della costruzione della democrazia europea. Quella crisi è legata a una sostanziale separazione fra legalità e legittimità, e la conseguenza è nel fatto che a una sovraproduzione di norme non corrisponde una uguale produzione di legittimazione politica. Il fallimento della Costituzione ne è più di un sintomo, e la relazione intende mantenere un equilibrio analitico fra l'attualità e i grandi problemi di fondo. Il fatto su cui va messo l'accento è che non c'è, insomma, una proiezione esistenziale, sociale del sistema europeo, e questo conduce sia a una forte debolezza dello "spazio pubblico europeo" sia a una gravissima difficoltà ad affermare un meccanismo di decisione in grado di sostenere e rafforzare un vero sentimento di appartenenza. L'equilibrio fra Stato-nazione e Unione europea diventa sempre più complicato. Non basta, ad evitare ciò, una mera "goverrnance" funzionalista, nè la cultura ideologica dell'Europa "potenza civile". Una costruzione democratica deve tendere a ravvicinare i due livelli, quello della legalità e quello della legittimazione. La relazione intende indicare le difficoltà del tema e le vie che possono esser percorse per trovare una risposta a questa decisiva questione. Si tratta di superare la vecchia tesi del "deficit democratico", per affermare la possibilità di un superamento del "deficit politico", e di connettere in modo diverso politica e democrazia.

ILVO DIAMANTI
In tutti i sistemi occidentali si è assistito, negli ultimi decenni, al passaggio dalla “democrazia dei partiti” alla “democrazia del pubblico” (per utilizzare l’efficace tipologia delineata dal filosofo francese Bernard Manin, in un libro del 1992). Nella “democrazia del pubblico”, i partiti perdono importanza a favore della persone, le ideologie a favore della fiducia, l’organizzazione sociale e territoriale è rimpiazzata dalla comunicazione mediatica, la partecipazione, il rapporto dei soggetti politici con la società vengono surrogati dai sondaggi. In Italia questo processo è cominciato più tardi rispetto ad altri paesi, vista la persistenza, fino agli anni Novanta, dei partiti di massa, in una versione particolarmente pervasiva e totalizzante. Tuttavia, si è affermato con una velocità e una forza assolutamente eccezionali. Per merito –o colpa- dell’ingresso sulla scena politica di Silvio Berlusconi, imprenditore mediatico, che nel 1994 “crea” un partito (personale) e impone, nella competizione elettorale, l’uso del marketing. Da allora, però, tutta la politica italiana si è rapidamente “berlusconizzata”. La società è stata largamente sostituita dall’Opinione Pubblica. Entità fantasmatica, definita e misurata dalle tecniche di rilevazione demoscopica, evocata dai media. In particolare dalla televisione. Così la politica si è personalizzata, mentre l’indice del consenso viene ormai misurato prevalentemente dai sondaggi elettorali e sulla fiducia nei leader. I quali preferiscono andare in televisione, nei salotti dei teleconduttori, piuttosto che investire nel rapporto diretto con le persone, in ambito territoriale.
Il problema è che il trionfo dell’Opinione Pubblica sa molto di superstizione. Perché la partecipazione sociale, in effetti, non solo non è scomparsa, ma, negli ultimi anni, si è allargata e diffusa. Perché la politica in televisione subisce un processo di mutazione che la neutralizza. Perché i sondaggi, spesso, sbagliano. E, comunque, costringono la politica a un’opera gregaria, di inseguimento infinito di opinioni perlopiù effimere. La democrazia nell’era dell’Opinione pubblica, quindi, è per definizione “fluida”. Perché l’Opinione Pubblica è fluida. Anzi, per certi versi, è un’invenzione.

GIOVANNI FERRARA
Fin dall’inizio la nozione di democrazia appare intimamente connessa con la pratica della libertà di parola e di voto fortemente connotata in senso sociale. Ma tale carattere sociale continua a comparire sia nel tradizionale giudizio negativo, sia nel giudizio positivo implicito nell’uso comune quotidiano. Esiste dunque un problema d’interpretazione della democrazia che non si riduca alle sue espressioni istituzionali, pur di fondamentale importanza caratterizzante, ma tenga sempre presente che la democrazia si presenta con una finalità essenziale, che è l’eguaglianza sociale e la libertà individuale nel quadro dell’interesse collettivo della comunità popolare. In realtà, è possibile che “democrazia”, nozione di cui si è, non senza fondati motivi storici e politici, appropriata la tradizione liberale, abbia, nell’essenza propria, un carattere politico-sociale, per dir così, “di sinistra”. In ogni caso, pretendere di realizzare la democrazia restando del tutto al riparo dai pericoli della “maggioranza plebea”, è come una pretesa inconsistente. Chi considera quel rischio come il peggio che si possa dare, fa prima a dirsi non democratico (vedi Hayek).

DOMENICO FISICHELLA
L’elemento centrale della democrazia rappresentativa come “democrazia dei moderni”, nella sua distinzione rispetto alla “democrazia degli antichi”, sta nel carattere competitivo sul terreno elettorale, al fine appunto di esprimere una (almeno una) assemblea rappresentativa che abbia il compito primario e infungibile di esercitare il controllo politico sul governo e sui suoi atti, scelte e determinazioni. Tuttavia, enunciare il principio competitivo, se è condizione necessaria della democrazia rappresentativa, non ne è anche condizione sufficiente. In termini reali, infatti, il problema non è solo di accertare se il sistema politico è formalmente competitivo ma quanto di competizione si può realizzare in concreto. In questa chiave cruciali diventano le condizioni che consentono o al contrario ostacolano lo sviluppo di una competizione qualitativamente e quantitativamente tale da garantire controllo politico e alternanza al governo. In tale quadro si iscrive la questione del rapporto tra potere economico e potere politico, la cui analisi verrà sviluppata a partire dal mondo antico e dalla sfida che oggi viene portata al primato della politica.

PAUL GINSBORG
L'aggettivo inglese deliberative, riferito alla democrazia, racchiude in sé il doppio significato di discutere e decidere. Al centro del concetto sta l'idea di arrivare alle decisioni coinvolgendo tutte le parti in causa o i loro rappresentanti. Il metodo utilizzato è il dibattito inserito in un contesto strutturato di collaborazione, basato su un'informazione adeguata, una pluralità di opinioni e precisi limiti di tempo entro i quali pervenire alle decisioni. Se funziona bene, la democrazia deliberativa rappresenta il meccanismo cruciale di collegamento tra partecipazione e rappresentanza. Non è in grado di sotituirsi alla democrazia rappresentativa, risultato di un formale processo elettorale in cui le opinioni sono giustamente protette dal segreto dell'urna. Essa tuttavia può e dovrebbe affiancare quest'ultima, ponendo la libertà degli Antichi a sostegno di quella dei Moderni. Il potere e la responsabilità dei rappresentanti non ne escano negati né sminuiti; risultano piuttosto modificati, arricchiti e talvolta vincolati dalle attività deliberative che hanno luogo intorno a loro.

ROBERTO GUALTIERI
Il rapporto tra sinistra e democrazia si è risolto essenzialmente, in epoca contemporanea, in quello tra socialismo e nazione. In questo ambito il socialismo, ancorché sorto come soggetto internazionale, ha finito con l’assolvere un ruolo fondamentale nel processo di costruzione della moderna democrazia a base statal-nazionale (sulla democrazia fondata cioè sulla riconsiderazione dell’idea di cittadinanza come l’insieme dei diritti civili, politici e di quelli sociali che sarebbe stata formalizzata nel 1949 da T.H. Marshall). In una prima fase, il socialismo ha contribuito alla nazionalizzazione delle masse attraverso la loro “integrazione negativa” nello stato, ed ha favorito l’affermazione della democrazia politica e la nascita dei primi embrioni di stato sociale. Successivamente, attraverso l’assunzione di un ruolo riformista fondato sulla conciliazione di classe e nazione, il socialismo è stato uno degli attori principali del compromesso economico, sociale e politico che è stato alla base della cosiddetta “età dell’oro” postbellica (economia mista, welfare state, integrazione sopranazionale), rendendo possibile il “salvataggio” e la trasformazione dello stato-nazione. A partire dagli anni settanta, la fine dell’egemonia cooperativa statunitense, l’avvio del nuovo ciclo dell’economia dell’informazione e i processi di globalizzazione hanno progressivamente minato i fondamenti della democrazia a base statal-nazionale e il ruolo della sinistra, che è chiamata a misurarsi ora con le sfide di una inedita democrazia post-nazionale.
La vicenda storica della sinistra italiana per essere compresa va collocata in questo più generale contesto. Per un verso essa non è stata affatto “anomala”, in quanto ha contribuito anche in Italia alla rifondazione democratica dello stato e allo straordinario sviluppo economico, sociale e civile del dopoguerra. La particolare arretratezza del paese ha tuttavia impresso alla morfologia delle forze politiche italiane (e quindi anche della sinistra) delle caratteristiche peculiari. Il risultato è stato che in Italia il riformismo ha vissuto diviso in formazioni diverse: la Dc è stata un originale partito a un tempo riformista e conservatore; il Pci ha assolto per molti aspetti alla funzione delle grandi forze socialiste e socialdemocratiche, ma allo stesso tempo si è sviluppato sulla base di un singolare impasto di massimalismo, riformismo e legame con l’Urss che lo ha stabilmente relegato all’opposizione; il Psi è rimasto un partito minore, connotando inevitabilmente il proprio riformismo sul terreno della “politique d’abord”. Questa peculiare morfologia del sistema politico è risultata particolarmente funzionale nella prima stagione della repubblica, favorendo una rapida europeizzazione del paese. Successivamente però, il sistema politico (e la sinistra) italiani si sono rivelati sempre più inadeguati di fronte ai compiti di una democrazia matura e alle sfide dell’epoca della globalizzazione. Ciò fa sì che mentre in Europa la ricerca di un nuovo riformismo capace di misurarsi con le sfide della democrazia post-nazionale avvenga all’interno dei tradizionali “contenitori” della sinistra socialista, in Italia ciò non potrà che avvenire che sulla base dell’incontro di famiglie politiche e tradizioni riformiste diverse.

YVES MENY
La parola democrazia in senso stretto si presta a confusione. Se intendiamo la democrazia soltanto come potere del popolo, questa forma di governo non esiste da nessuna parte come realtà empirica.
La democrazia è in parte potere del popolo ma un potere limitato e completato da elementi non strettamente collegati alla volontà di questo. Mi spiego: oggi nelle democrazie più compiute la democrazia è a volte potere del popolo, ma di un popolo che puó agire soltanto nel quadro di limiti fissati dallo stato di diritto (diritti fondamentali, convenzioni costituzionali, checks and balances).
D’altra parte, le democrazie hanno anche integrato elementi sostanziali che non appartengono strettamente alla democrazia ma che con il tempo sono stati considerati come elementi costitutivi della democrazia stessa. Io penso per esempio al Welfare State.
Finalmente, si puó aggiungere che la caratteristica fondamentale della democrazia è l’incertezza. All’opposto dei regimi monarchici o dittatoriali o religiosi che sono basati su delle certezze filosofiche o naturali (eredità, ecc…), la democrazia è un regime aperto che lascia opzioni sia sull’esito delle elezioni che sul contenuto delle politiche. Tocca al popolo ridurre con le sue scelte queste incertezze, sapendo tuttavia che anche le certezze più affermate possono essere messe in bilico dal cambiamento dell’opinione popolare.


STEFANO PASSIGLI
La parola democrazia ha avuto nella teoria politica una pluralità di significati sin dai tempi della classica distinzione di Benjamin Constant tra democrazia degli antichi, riferita alla dimensione della polis greca e sinonimo di democrazia diretta, e democrazia dei moderni, riferita allo stato nazionale e fondata sulla rappresentanza. Durante tutto il XIX secolo il concetto di democrazia si è largamente identificato con il costituzionalismo liberale, al punto che nessun sistema potrebbe oggi essere considerato democratico se non fosse caratterizzato da una adeguata limitazione del potere. Durante il XX secolo alla “libertà da”, caratteristica della liberal-democrazia, si è venuta progressivamente affiancando quale requisito di democraticità la “libertà di”: alla democrazia come sistema di garanzie, la democrazia come partecipazione dei cittadini all’assunzione delle principali decisioni della comunità. Al concetto di libertà,declinato al singolare e inteso come mera libertà politica, si è venuta così progressivamente sostituendo una concezione pluralistica delle libertà: ad una visione statica, una visione espansiva. La ricerca di sempre nuove sfere di libertà richiede,tuttavia, che vengano rimossi quegli ostacoli di natura economica e sociale che ne impediscono la effettiva fruizione..La causa della democrazia si identifica dunque, oggi, con la creazione di condizioni che rendano possibile a tutti i cittadini il godimento delle nuove libertà. Non solo un adeguato reddito,ma anche sicurezza sociale,un accesso alla istruzione e alla cultura,una informazione libera, un ambiente tutelato. La democrazia,insomma, non come immutabile assetto di sistema, ma come un processo verso una sempre migliore condizione umana.

VITTORIO E. PARSI
Tre sono le caratteristiche che connotano in maggior misura la democrazia oggi. Per un verso essa rappresenta la sola forma di regime politico che si tende a considerare pienamente legittimo. Per altro verso assistiamo a un suo impoverimento rispetto al vincolo di responsabilità dei governanti nei confronti dei governati, a causa di processi che intaccano la sovranità dello Stato. Infine osserviamo la contestazione crescente dei suoi stessi contenuti, quando non della sua preferibilità etica, da parte di posizioni politiche (e talvolta religiose) che la identificano come la forma più raffinata di egemonia occidentale. Nel definire che cosa è la democrazia, oggi, siamo costretti a muoverci continuamente all’interno di coppie concettuali non sempre di facile composizione: dobbiamo elevare la sua capacità di inclusione e però mantenere inalterato il suo standard di garanzie liberali; occorre costruire un ambiente internazionale “sicuro per la democrazia” ma anche cercare di fare della ridefinizione della sovranità un momento di avanzamento per la tutela universale dei diritti; è necessario saper rendere aperto e cosmopolita il suo contenuto che, mentre ha valore universale, rimane elaborato principalmente all'interno della cultura occidentale.

MARCO TARCHI
Cosa la democrazia dovrebbe essere in astratto, sotto un profilo normativo, appare chiaro: una formula di governo basata su un sistema di regole certe che assicurino ai cittadini la possibilità di scegliere a chi affidare l'amministrazione della cosa pubblica attraverso elezioni libere, competitive, corrette e ripetute ad intervalli regolari. Ovviamente, la messa in atto di un simile meccanismo implica il libero, pacifico e tendenzialmente paritetico confronto tra proposte, progetti, opinioni presenti nel corpo sociale, cioè un rispettivo effettivo del pluralismo delle idee esistenti all'interno di una popolazione. Ciò che la democrazia è di fatto diventata, è difficile stabilirlo, essendo il concetto costantemente piegato a logiche strumentali di varia ispirazione, che ne distorcono il contenuto collegandolo a premesse ideologiche - spacciate per "fondamenti di civiltà" - e riducono l'effettivo rispetto del pluralismo, annientando l'idea stessa dell'autogoverno popolare che aveva giustificato la creazione della parola democrazia.

MARCELLO VENEZIANI
La democrazia va liberata da due pericolose utopie che la rendono velleitaria ed esposta al rischio di capovolgersi in dispotismo. Il primo rischio è credere che la democrazia sia un fine, mentre è un mezzo. La democrazia non è uno scopo finale ma la condizione di base per una società libera e giusta. Così l'eguaglianza dei diritti su cui si impernia riguarda le condizioni di base e di accesso, non quelle di arrivo e di esito. Il secondo errore è credere che davvero la democrazia sia governo del demos; in realtà ogni governo è sempre governo di pochi, non esiste l'autogoverno della società o il governo di tutti. I buoni governi democratici sono governi di pochi nell'interesse dei molti; i pessimi governi oligarchici sono governi di pochi nell'interesse dei pochi.

GUSTAVO ZAGREBELSKY
E’ inutile tentare per l’ennesima volta di definire la democrazia, a partire dalla parola. Si aggiungerebbero parole a parole, con poco costrutto. E’ stato detto giustamente che “democrazia” è parola che allude a un’idea idolatrica, capace di abbracciare, e quindi legittimare, quasi tutti i regimi politici, con le “piccole” varianti di specie, indicate volta a volta dall’aggettivo che le si aggiunge: democrazia liberale, autoritaria, borghese, proletaria, popolare, progressiva, di massa, individualistica, autentica, di facciata, ecc. In più, la “democrazia” ha dimostrato di saper convivere con molte altre “-crazie”: plutocrazia, cleptocrazia, cachistocrazia, demagogia, sondocrazia, ecc. Saranno queste, forse, forme degenerate ma certo stanno spesso in salute nelle forme politiche democratiche. Forse, più utile sarebbe interrogarsi, come già ha fatto Montesquieu per le sue “forme di governo”, sull’ethos democratico, cioè sul principio spirituale che protegge la democrazia dalle degenerazioni che dipendono da suoi fattori endogeni. A partire da ciò, si può immaginare una pedagogia democratica che, finora, è totalmente mancata.


NOTE BIO-BIBLIOGRAFICHE dei RELATORI

Khaled Fouad Allam
Khaled Fouad Allam, è nato a Tlemcen in Algeria, e risiede in Italia dal 1982, dopo aver vissuto in Marocco, Algeria e Francia. Insegna Sociologia del mondo musulmano e Storia e istituzioni dei paesi islamici all'università di Trieste e Islamistica all'università di Urbino. Si occupa da anni di Islam contemporaneo. Esperto presso il Consiglio d'Europa sull'immigrazione e le nuove cittadinanze, è editorialista de "La Stampa" e consulente scientifico della Fiera del Libro di Torino. E’ membro dell'esecutivo nazionale dei Verdi.

Remo Bodei
Dal 1969 insegna Storia della filosofia alla Scuola Normale Superiore e, dal 1971, all'Università di Pisa. Dopo aver ottenuto una borsa Humboldt presso la Ruhr-Universität di Bochum (1977-1979), diviene Visiting Professor presso il King's College di Cambridge, U.K (1980) e successivamente presso la Ottawa University (1983). Insegna presso la New York University e, recentemente, presso l'università di California a Los Angeles. Attualmente ricopre la cattedra di Storia della filosofia presso l'Università di Pisa e ha insegnato anche presso la Scuola Normale Superiore della stessa città.
Oltre a numerosi articoli (su Pirandello, Gramsci, Weber, Foucault, ecc.), a traduzioni ed edizioni di testi (Hegel, Rosenkranz, Bloch, Rosenzweig, Adorno, Kracauer, Todorov, Blumemberg), Remo Bodei ha pubblicato tra l’altro i seguenti volumi: Holderlin: la filosofia y lo tragico, Madrid, 1990; Ordo amoris. Conflitti terreni e felicità celeste, Bologna 1991; Geometria delle passioni. Paura, speranza e felicità: filosofia e uso politico, Milano, 1991; Le forme del bello, Bologna, l995; Le prix de la liberté, Paris, l995; Se la storia ha un senso, Bergamo, l997; La filosofia nel Novecento, Roma, l997.

Luciano Canfora
Ordinario di Filologia greca e latina presso l'Università di Bari. Ha insegnato anche: Papirologia, Letteratura latina, Storia greca e romana. Fa parte del comitato scientifico della "Society of Classical Tradition" di Boston, della Fondazione Istituto Gramsci di Roma. Dirige la rivista "Quaderni di Storia" e la collana di testi "La città antica". Fa parte del comitato direttivo di "Historia y critica" (Santiago, Spagna), "Journal of Classical Tradition" (Boston), "Limes" (Roma). Ha studiato problemi di storia antica, letteratura greca e romana, storia della tradizione, storia degli studi classici, politica e cultura del XX secolo.

Francesco Paolo Casavola
Storico del diritto romano, costituzionalista, dal marzo 1998 è Presidente dell'Istituto della Enciclopedia Italiana; ha dapprima indirizzato la sua ricerca all'individuazione delle radici tardoantiche di istituzioni e di idee giuridiche che nei secoli successivi si sono affermate nel mondo europeo, per rivolgersi poi alla storia del pensiero dei giuristi romani. A questi studi ha affiancato ricerche sul diritto tardo antico e indagini sulla storiografia giuridica italiana.
Nel febbraio 1986 è stato eletto giudice della Corte costituzionale e dal 1992 al 1995 ne è stato Presidente: delle sue sentenze, che toccano i temi del diritto di famiglia, delle locazioni, degli ordinamenti scolastico ed universitario, del diritto militare, del sistema previdenziale, delle leggi elettorali e del referendum abrogativo, particolarmente significative sono quelle che hanno formulato per la prima volta il principio costituzionale supremo della laicità dello Stato. Nel 1993-94 ha fatto parte della Commissione di arbitrato per la ex Iugoslavia. Dal 1996 al 1998 è stato Garante per l'editoria e la radiodiffusione.

Massimo D'Alema
Direttore de"l'Unità" dal 1988 al 1990. Il suo impegno politico è cominciato nel 1963, quando si iscrive alla Federazione giovanile comunista italiana (Fgci), della quale dal 1975 al 1980 è Segretario nazionale. Entra a far parte nel 1979 del Comitato centrale al XV congresso del PCI , al congresso del 1983 è nella Direzione, nel 1986 nella segreteria. E' tra i giovani dirigenti della "svolta" che, nel 1989, con Achille Occhetto, trasformano il Pci in Partito democratico della sinistra (Pds). Alla nascita del nuovo partito, nel 1990, ne diviene Coordinatore politico. Il primo luglio 1994 è eletto Segretario nazionale del Pds.
Entra per la prima volta alla Camera dei deputati nel 1987. Nel 1997 è eletto Presidente della Commissione parlamentare per le riforme istituzionali. Dal 21 ottobre 1998 all'aprile 2000 ricopre la carica di Presidente del Consiglio dei Ministri. Attualmente è Presidente della Fondazione di cultura politica Italianieuropei. Nel dicembre 2000 viene eletto Presidente dei Democratici di sinistra; nell'ottobre 2003, a San Paolo del Brasile, durante il 22mo Congresso, viene eletto Vice Presidente dell'Internazionale Socialista. Nel giugno 2004 viene eletto al Parlamento Europeo dove ricopre l’incarico di Presidente della Delegazione Permanente per le relazioni tra l’Unione Europea e il Mercosur.

Biagio De Giovanni
Biagio De Giovanni è politologo e storico della politica. È professore universitario presso l’Istituto Universitario Orientale di Napoli, dove è ordinario di "Storia delle Dottrine Politiche". Nel 1989 è eletto deputato al Parlamento Europeo nelle liste della Sinistra Unitaria. Fino al 1990, membro del comitato editoriale del settimanale del P.C.I. "Rinascita"; fino al 1994 è membro del G.U.L. (Gruppo per l’unità della sinistra europea), nonché della Comitato per gli Affari Legislativi e di Diritti dei Cittadini, della Commissione Affari Istituzionali, vice presidente della Commissione Parlamentare per le autorizzazioni a procedere, della Delegazione per i Rapporti con la Repubblica Popolare Cinese del Parlamento Europeo. Fino al 1994 è Rettore dell’Istituto Universitario Orientale di Napoli.
Nel Giugno 1994 viene rieletto deputato al Parlamento Europeo nella lista del Partito Democratico della Sinistra.
Attualmente è membro del Gruppo dei Partiti Socialisti Europei presso il Parlamento Europeo, presidente della Commissione per gli Affari Istituzionali, membro della Commissione per gli affari Legislativi, vicepresidente della Delegazione per i rapporti con la Repubblica Popolare Cinese del Parlamento Europeo, curatore responsabile del periodico di Filosofia e di teoria politica "il Centauro", nonché membro del comitato scientifico dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici.

Ilvo Diamanti
Ilvo Diamanti è Professore ordinario di Scienza Politica nella Facoltà di Sociologia dell'Università di Urbino, al cui interno ha fondato e dirige il Laboratorio di Studi Politici e Sociali (LaPolis). E' presidente del Master in Tecnici di politiche territoriali: tra regione ed Europa. Dirige il Corso di formazione e aggiornamento professionale in Sondaggi, media e democrazia. Analisi dell'opinione pubblica in ambito istituzionale e politico. E' stato direttore scientifico della Fondazione Nord Est di Venezia (dal 1999 al 2003). Ha la responsabilità scientifica di Demos & Pi. Di Vicenza, per il quale cura indagini periodiche sulla società italiana, tra cui osservatori come Gli italiani e lo stato e Il capitale sociale degli italiani. Sul quotidiano la Repubblica tratteggia "mappe" della politica e della società italiana. Tiene, da alcuni anni, seminari e corsi presso l'Ecole Doctorale di Paris II, Panthéon-Assas. E' membro del comitato scientifico ed editoriale di molte riviste, tra cui: Rivista Italiana di Scienza Politica, Political and Economic Trends, liMes, Critique Internationale.
Tra le più recenti e principali pubblicazioni si possono ricordare: Il male del Nord. Lega, localismo, secessione, Roma, Donzelli; con M.Lazar (a cura di), Politique all'italienne , Paris, PUF; Stanchi di miracoli. Il sistema politico italiano in cerca di normalità, Milano, Guerini e associati; Politica all'italiana. La parabola delle riforme incompiute, Milano, Edizioni Il Sole 24 Ore; Bianco, rosso, verde… e azzurro. Mappe e colori dell'Italia politica, Bologna, Il Mulino.

Giovanni Ferrara
Giovanni Ferrara è stato Professore associato di Storia Greca e Storia del pensiero Politico Antico presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Firenze. Ha insegnato Storia Greca e Romana presso la stessa Facoltà e presso la Facoltà di Urbino. E’ autore di varie pubblicazioni di Storia Greca e Romana, tra cui La politica di Solone (Istituto Italiano di Studi Storici, 1966), Temistocle e Solone (in Maia), Ragionamento su una congiura (in La Cultura), Apologia dell’uomo laico ( Rusconi), Italia paradiso perduto (Rizzoli), Il senso della notte (Sellerio).
Ha al suo attivo un’intensa attività di pubblicista culturale e politico, ha collaborato con Il Mondo, Il Giorno, La repubblica. E’ stato Senatore della Repubblica e membro della commissione Pubblica Istruzione e dei Beni Culturali e Ambientali, e presidente del Gabinetto G. P. Vieusseux, su delega del Sindaco di Firenze.

Domenico Fisichella
Domenico Fisichella è Professore ordinario di Scienza della politica presso l'Università di Roma 'La Sapienza', presso l'Università 'Cesare Alfieri' di Firenze e presso l'Università LUISS di Roma.
Eletto nel Lazio (Collegio 2 - Roma, Parioli/Trieste) il 24 aprile 1996, è membro della 1º Commissione permanente (Affari Costituzionali), della Commissione parlamentare per le riforme costituzionali e Vicepresidente del Senato della Repubblica Italiana.
Ha pubblicato, tra l'altro: Lineamenti di Scienza politica. Concetti, problemi, teorie (Carrocci Editore, 1998) e Elogio della monarchia (Costantino Marco Editore, 1999)

Paul Ginsborg
Paul Ginsborg, uno dei maggiori storico contemporanei, è nato a Londra nel 1945, ed è Fellow del Churchill College di Cambridge, nella cui Università ha insegnato presso la Facoltà di Scienze Sociali e Politiche. In Italia ha avuto incarichi di insegnamento alle università di Torino e Siena, dove attualmente detiene una cattedra. Dal 1992 insegna Storia dell’Europa contemporanea nella Facoltà di Lettere di Firenze. Tra le pubblicazioni, Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi. Società e politica 1943-1988 (1989); con Massimo D’Alema Dialogo su Berlinguer (1994); L’Italia del tempo presente. Famiglia società Stato 1980-1996 (1998) e Daniele Manin e la rivoluzione veneziana del 1848-49 (Milano 1978 e di prossima riedizione presso Einaudi). Ha anche curato il volume Stato dell’Italia (Milano 1994). Nel 2003 ha pubblicato il saggio Berlusconi e nel 2004 Il tempo di cambiare.

Roberto Gualtieri
Nato a Roma nel 1966. Dopo aver collaborato dal 1994 al 1999 come cultore della materia con Giuliano Procacci e Giovanni Sabbatucci presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Roma, dal 2000 è ricercatore in Storia contemporanea. Dal giugno 2001 è vicedirettore della Fondazione Istituto Gramsci.
I suoi studi riguardano prevalentemente la storia dell'Italia repubblicana nei suoi rapporti con la dimensione internazionale. Tra le sue pubblicazioni: Togliatti e la politica estera italiana. Dalla resistenza al trattato di pace, 1943-1947, (Roma, Editori Riuniti, 1995); Piano Marshall, commercio estero e sviluppo. Alle origini dell'europeismo centrista, (in "Studi storici", 1998, n. 3); L'ultimo decennio del Pci, in Revisionismo socialista e rinnovamento liberale. Il riformismo nell'Europa degli anni Ottanta, a cura di Paolo Borioni, (Roma, Carocci, 2001); Introduzione alla storia contemporanea. L'Europa nel mondo del XX secolo, (Roma, Carocci, 2001).

Yves Mény
Yves Mény, Professore di Scienze Politiche, è Presidente dell’Universitario Europeo a Firenze. Ha insegnato a l’Institut d’Etudes Politiques de Paris, e numerose università all’estero e in Italia.
Le sue pubblicazioni più recenti comprendono: La corruption de la République, (Paris, Fayard, 1992) ; Democrazia e Corruzione – Sette casi a confronto, (Napoli, Liguori editore, 1996) a cura di Donatella Della Porta et Yves Mény; The Future of European Welfare State : A New Social Contract? a cura di Yves Mény e Martin Rhodes, (London, Macmillan, 1998), Par le peuple, pour le peuple. Le populisme et les démocraties, con Yves Surel, (Paris, Fayard, 2000) ; Populismo e democrazia, con Y. Surel, (Bologna, Il Mulino, 2000), Crisi e futuro della democrazia- Per una terza rivoluzione democratica, [una conversazione con Renzo Cassigoli], (Firenze, Passigli Editori, 2005); Challenges to Consensual Politics. Democracy, Identity, and Populist Protest in the Alpine Region (co-edited with Daniele Caramani, Brussels, P.I.E. Peter Lang).

Angelo Panebianco
Angelo Panebianco è professore ordinario di Relazioni Internazionali all’Università di Bologna. Ha ricoperto in precedenza la cattedra di Scienze Politiche presso la medesima università. Ha svolto attività di insegnamento e di ricerca in diverse università italiane ed estere. Attualmente ricopre anche l’incarico di direttore del Master in Relazioni Internazionali dell’Università di Bologna.
È autore di numerosi saggi di teoria politica, di metodologia delle scienze sociali, di analisi del finanziamento delle democrazie occidentali e della politica internazionale contemporanea. Tra le sue pubblicazioni, Modelli di partito (1982), L’analisi della politica (1989, curatore), Le relazioni internazionali (1992), Guerrieri democratici (1997), Il potere, lo stato, la libertà (2004) che gli è valso l’assegnazione del premio. È da circa quindici anni editorialista del “Corriere della Sera”.

Vittorio Emanuele Parsi
Vittorio Emanuele Parsi è professore associato di Relazioni Intenazionali all’Università Cattolica del Sacro Cuore e coordina il Master in Mercati e Istituzioni del Sistema Globale presso l’ASERI (Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali). Dal 1998 è opinionista di politica internazionale per il quotidiano Avvenire e noto ad un più vasto pubblico per le sue frequenti apparizioni in trasmissioni televisive dedicate a dibattiti di attualità.
Tra le sue pubblicazioni: Democrazia e mercato, (Jaca Book, 1995), Interesse nazionale e globalizzazione. I regimi democratici del sistema post-westfaliano, (Jaca Book, 1998), Lo sguardo corto. Critica della classe dirigente italiana, con Ornaghi Lorenzo Laterza, 2001 L'alleanza inevitabile. Europa e Stati Uniti oltre l'Iraq, (Università Bocconi, 2003).

Stefano Passigli
Stefano Passigli è membro della I Commissione permanente (Affari Costituzionali) del Senato della Repubblica Italiana.
Laureato in Scienze politiche, dopo gli studi per un Ph.D. in Scienze politiche (Harvard University), ha conseguito la libera docenza in Sociologia. Ha insegnato Scienza dell'amministrazione e Scienza della politica nelle università di Padova, Bologna e Firenze. Nel 1971 è divenuto Professore ordinario nell'università di Firenze, prima di Scienza dell'amministrazione, e poi di Scienza della politica. All'estero ha insegnato a Harvard come Teaching Fellow e nell'università di Michigan come Visiting Professor. Ha rappresentato l'Italia nel comitato esecutivo dell'Associazione Internazionale di Scienza Politica per otto anni.
Nelle elezioni del 1994 è stato eletto al Senato nel collegio di Firenze per i Progressisti. Nella legislatura 1994-1996 ha fatto parte del Consiglio di Presidenza del Senato con la carica di Segretario, e della Commissione Istruzione, beni culturali e ricerca scientifica e della Commissione bicamerale per la vigilanza RAI. Nel 1996 è stato rieletto al Senato e nuovamente nel Consiglio di Presidenza del Senato. Fa parte della Commissione Affari costituzionale, della Commissione bicamerale di vigilanza RAI ed ha fatto parte della Commissione Bicamerale per le Riforme istituzionali. Di formazione azionista ed esponente della Sinistra Repubblicana, ha aderito ai Democratici di Sinistra, ove è responsabile nazionale per i Beni e le Istituzioni culturali.

Marco Tarchi
Professore straordinario, insegna Scienza Politica e Comunicazione Politica nel Corso di laurea in Scienze Politiche. Dottore di ricerca in Scienza della Politica, è stato visiting professor presso l'Università di Turku in Finlandia e collabora al progetto di ricerca dell'ECPR sul tema Crisis, Compromise, Collapse: Conditions for Democracy in Inter-War Europe.
Si occupa dei processi di crisi nei regimi democratici, della trasformazione organizzativa dei partiti italiani, della cultura e delle scelte strategiche delle formazioni che hanno occupato lo spazio politico della destra nell'Italia repubblicana. Attualmente è impegnato in una ricerca sull'evoluzione politica e organizzativa del fenomeno leghista, che dovrebbe costituire il primo momento di uno studio comparato dello sviluppo dei movimenti populisti in Europa.

Marcello Veneziani
Marcello Veneziani è nato a Bisceglie, nel 1955, e vive a Roma. Laureato in Filosofia è autore di alcuni saggi tra i quali La rivoluzione conservatrice in Italia. Genesi e sviluppo dell'ideologia italiana (1987); Processo all'Occidente. La società globale e i suoi nemici (1990); Sul destino (1992); Sinistra e destra. Risposta a Norberto Bobbio (1995); L'Antinovecento (1996); Decamerone italiano (1997); Il secolo sterminato (1998), e Comunitari o liberal (1999). Ha diretto e fondato case editrici e riviste culturali e politiche (Intervento, Pagine Libere, L'Italia settimanale). Attualmente dirige il settimanale Lo Stato, è editorialista de Il Giornale e de Il Messaggero e consigliere di amministrazione della RAI.

Gustavo Zagrebelsky
Il suo itinerario di docenza universitaria ha toccato la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Sassari, la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Torino, e infine la Facoltà di Giurisprudenza della medesima università come titolare dell’insegnamento del Diritto Costituzionale.
Dal 9 settembre 1995, per nomina del Presidente della Repubblica, è giudice della Corte Costituzionale. Fa parte del comitato scientifico della Fondazione Roberto Ruffilli, del Group d’Études et des Recherches sur la Justice Constitutionnelle di Aix-en-Provence, ed è socio corrispondente dell’Accademia delle Scienze di Torino.
Tra i numerosi scritti di diritto costituzionale Amnistia, indulto e grazia. Problemi costituzionali, 1972; La giustizia costituzionale, 1972; Manuale di diritto costituzionale, 1974; Il diritto mite, 1992; Il "crucifige" e la democrazia, 1995. Va inoltre segnalata l’introduzione al classico Verfassung und Verfassungsrecht di Rudolf Smend, 1979.


TEMI

Oggi che se ne discute l’esportazione anche con la forza delle armi, la democrazia – come sistema politico e come pratica civile – è in buona salute? Un’agenda delle principali malattie che la minacciano potrebbe includere:

1. democrazia e partecipazione. In buona parte dei regimi democratici il diritto di voto viene rifiutato da masse crescenti di cittadini: la disaffezione per la politica avanza di pari passo con l’idea che l’esercizio formale della sovranità popolare corrisponda nei fatti a una gestione oligarchica e scarsamente controllata del potere reale.

2. democrazia e costi della politica. La comunicazione diventa parte integrante (prevaricante?) della politica e ne aumenta i costi: per finanziare le campagne elettorali non è più sufficiente l’impegno volontario dei militanti e diventa necessario intrattenere rapporti con poteri economici privati che inevitabilmente compromettono l’autonomia dei politici.

3. democrazia e mass media. L’intreccio tra politica e comunicazione investe il settore dei mass media: per funzionare davvero la democrazia necessita di legislazioni antitrust, vincoli ai conflitti di interesse, regimi di par condicio nell’accesso ai media.

4. democrazia e partiti. Crisi della militanza, comunicazione e personalizzazione della politica tendono a relegare in secondo piano il ruolo dei partiti: la democrazia può farne a meno, sostituendoli con comitati elettorali, reticoli personali, associazioni di interesse, strutture mediatiche? Oppure i partiti possono e devono essere rifondati nei loro modi di finanziamento, di rappresentanza sociale, di esercizio della democrazia interna, di formazione della classe dirigente e degli indirizzi di governo?

5. democrazia e poteri economici forti e transnazionali. La globalizzazione delle economie nazionali produce masse volatili di capitale finanziario sempre meno intercettabili dai sistemi fiscali e le compagnie multinazionali diversificano i propri investimenti tenendo in sempre minor conto le frontiere degli stati. Si vengono cioè costituendo nuovi centri di potere che tendenzialmente sfuggono sia al controllo dei parlamenti, sia al negoziato degli organismi sovranazionali preposti alla regolazione dell’economia e della finanza internazionale.

6. democrazia e organismi sovranazionali. Alla perdita di sovranità degli stati-nazione la politica cerca di reagire sviluppando l’iniziativa di organismi internazionali che difendano la pace e il rispetto dei diritti umani nel mondo, costruiscano il controllo democratico sullo sfruttamento delle risorse economiche, restaurino rapporti di fiducia e pari dignità tra le nazioni più e meno sviluppate. Ma questi stessi organismi sembrano anch’essi inficiati da un deficit di investitura e legittimità democratica dal basso, che ne condiziona il funzionamento. Le incertezze del processo di unificazione europea – che agli occhi dell’opinione pubblica appare ancora troppo «monetarista» e troppo poco sociale – fotografano bene il senso di questa contraddizione più generale.

7. democrazia, giustizia, uguaglianza, libertà. Aumenta o diminuisce la capacità dei regimi democratici di assicurare ai loro cittadini pari opportunità? Fra le nazioni e dentro di esse crescono o diminuiscono ineguaglianza e povertà? Il welfare state fatica a conciliare invecchiamento della popolazione ed esigenze di bilancio: la sensazione è che ne sia necessario un ripensamento radicale ma che la politica si ritragga dai rischi e dai costi di un simile progetto a medio-lungo termine. La crescita dei consumi è sempre e comunque crescita della libertà individuale e collettiva?

8. democrazia e revival religiosi e società post-secolari. La fase storica attuale riflette il tramonto delle ideologie che hanno dominato il XX secolo e la resurrezione di antiche identità religiose: entrambe hanno avuto e hanno un rapporto difficile con la democrazia, la cui diffusione nel mondo peraltro necessita di traduzioni in ambiti culturali diversi e di nuove e più incisive regole di inclusione e di uguaglianza nelle relazioni internazionali.

10/11/2005 12.01
Provincia di Firenze


 
 

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