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Regione Toscana
Giorno del ricordo: la parola alle Associazioni degli esuli e la testimonianza di Don Cerri
L’intervento di Davide Rossi, vicepresidente della Federazione delle Associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati. Il racconto di Don Franco Cerri, parroco di Lunata in Lucchesia, costretto a lasciare Zara e a venire in Italia come profugo
Davide Rossi, vicepresidente della Federazione delle Associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati, rivolge il proprio ringraziamento alla Regione Toscana e, in particolare, “al consigliere Jacopo Alberti, che mi ha invitato”. Nel corso della seduta solenne odierna traccia un filo in continuità “con analoghi interventi che ho tenuto alla Camera dei deputati e nelle aule consiliari del Veneto, della Lombardia e del Friuli-Venezia Giulia. Il Giorno del Ricordo non è solo una conquista, un punto di arrivo – dice –, ma vive ora una nuova fase, con molti elementi ancora da tratteggiare”.

Il ricordo “non può esserci fino a quando non vi è effettiva conoscenza dei fatti” e gli italiani di oggi sanno ancora “poco o nulla di quelle vicende di tanti italiani che hanno lasciato quelle terre proprio per rimanere italiani” e di una “pulizia etnica che riguardava indistintamente maschi e femmine, giovani e adulti, borghesi e operai, genitori e figli”.

Il vicepresidente delle associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati ritiene doveroso aprire “un dialogo franco con la storiografia”, nel quale “si menzionino i misfatti del cosiddetto fascismo di confine, evitando però di fare il gioco di quanti puntano solamente su quel periodo per giustificare quanto accadde dopo”. Non servono, aggiunge Davide Rossi, “le leggi bavaglio, con aggravanti penali di chi sostiene teorie per quanto aberranti. Non si ottiene niente a zittire chi propone versioni alternative, alle stupidaggini si risponde con la ragione, con le argomentazioni, analisi serie e lavoro di ricerca”.

Occorre valorizzare i “segni di un’Italia che sta prendendo consapevolezza” ed è necessario “tornare a considerare questi temi come argomenti dell’agenda politica e non di una mera storia locale di confine da relegare al massimo nel mese di febbraio di ogni anno”. Davide Rossi saluta la cerimonia, “con il bellissimo discorso del Capo dello Stato”, che ha riportato il Quirinale “dopo alcuni anni di assenza, ad essere per gli esuli la casa degli italiani”.

“Oggi, a settant’anni di distanza, consapevoli delle nostre ragioni, fieri del nostro passato, chiediamo il rispetto delle istituzioni, l’adempimento degli accordi presi e la consapevolezza per non essere dimenticati”, dice ancora Rossi. E ricorda “l’incredibile vicenda dei cosiddetti beni abbandonati: l’Italia si impegnava a pagare le riparazioni di guerra con le proprietà personali dei propri cittadini e la promessa di risarcirli in un secondo momento. Promessa mai mantenuta che disonora una nazione: le soluzioni ci sono, è una questione di volontà”.

La storia di don Franco Cerri, parroco di Lunata in Lucchesia, ha chiuso gli interventi della seduta solenne del Giorno del ricordo in Consiglio regionale, portando nel consesso istituzionale la voce “di chi c’era”. Don Cerri ha reso la testimonianza “mia, di mia madre e di mio fratello, costretti a lasciare, nel 1948, la nostra città di Zara e a venire come profughi in Italia, dopo che mio padre era stato ucciso dai partigiani jugoslavi semplicemente perché italiano”.

La voce di una famiglia raccontata nel susseguirsi drammatico dei giorni del ’44, quando cominciarono i rastrellamenti degli italiani a Zara, “sia militari che civili”, e che non dimentica il dolore per quel padre ventinovenne ucciso con altri 50: “Furono fatti letteralmente sparire”, dopo aver distrutto i loro documenti, “per cui di loro non c’è traccia”. “Come se non fossero mai esistiti”, come tante vittime di uccisioni e rastrellamenti.

Poi venne “l’obbligo di optare o per la cittadinanza slava o per quella italiana: chi sceglieva di rimanere italiano doveva andarsene in Italia, lasciando eventuali proprietà; chi sceglieva di restare, doveva dimenticare di essere italiano”.

La storia di don Franco continua in Italia, a Gorizia, dove arriva dopo aver atteso per quattro anni il permesso di poter partire. E poi in Toscana, a Lucca, nel Campo profughi: “Oltre mille persone, sistemate in stanzoni con altre famiglie, divise da coperte, con gente disperata, che si era illusa di un altro tipo di accoglienza”. Ma la parlata dialettale, i cognomi diversi, portavano la diffidenza della popolazione locale, e anzi “c’era perfino chi aveva paura”. “Eravamo come degli stranei per i lucchesi, pur essendo italiani a tutti gli effetti”.

Nella testimonianza di don Cerri anche “l’amarezza che per sessant’anni lo Stato italiano ha ignorato le vittime delle foibe e l’esodo di 300mila italiani dall’Istria, Fiume e Dalmazia, a causa del comunismo jugoslavo”.

E’ con grande sofferenza che si ricordano certe cose – ha concluso – se pure nella speranza che non si ripetano mai più. Ma l’aria che tira non mi sembra buona”.

12/02/2019 15.30
Regione Toscana


 
 

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