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Comune di Firenze
Firenze. In apertura di seduta del Consiglio comunale il presidente Luca Milani ha ricordato la strage di via D'Amelio e la figura di Paolo Borsellino
Ricordata la storia di Rita Atria
Domenica 19 Luglio alle 16.58, in via D’Amelio c’è tanta gente. Palermo non dimentica, la strage in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e gli agenti di scorta Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi, Claudio Traina ed Eddy Walter Cosina.

Sono passati 28 anni da quel 19 luglio 1992, e ancora manca un pezzo importante di verità. Non si trova l’agenda rossa di Borsellino, trafugata di sicuro da un uomo infedele delle istituzioni in quell’inferno di auto in fiamme e corpi dilaniati.

Insieme a questa storia – ha detto in Consiglio comunale il presidente Luca Milani – voglio però raccontarne un’altra, quella di giovani donne che non ci stanno che si ribellano a questo mondo. E’ la storia di Rita cresciuta in una masseria nei pressi di Contrada Camarro, a Partanna, paese contadino a pochi chilometri da Trapani. Suo padre Vito faceva il pastore, ma Rita sapeva che era qualcosa di più, perché in casa si facevano strani discorsi, nomi importanti. Don Vito era un uomo d'onore e una mattina di novembre del 1985, venne trovato ammazzato nelle vigne dell'agro trapanese. Morto il capofamiglia, il comando di certi affari passò a suo figlio Nicolò, che al contrario del padre aveva lasciato le campagne e aveva aperto una pizzeria a Montevago, a pochi chilometri da Agrigento. È lì che la moglie Piera lo trovò steso nel suo sangue il 24 giugno del 1991, ucciso a colpi di lupara da altri uomini d'onore della Valle del Belice. Vedova di mafia a 24 anni, con una figlioletta di tre, Piera aveva due scelte. Accettare la vita di solitudine monacale riservata alla moglie dei boss defunti e vivere con la carità di Cosa nostra o prendere altre vie. Lasciarsi alle spalle una vita di violenza e prevaricazione che non aveva scelto, in cui si era trovata giovanissima e nelle cui strade non voleva che crescesse la sua piccola Vita Maria.

Allora fece una cosa veramente rivoluzionaria: infilò la porta di casa e andò dritta in caserma, consapevole che la sua vita per come era stata fino ad allora sarebbe finita. Davanti ai carabinieri accusò gli assassini del suocero, quelli del marito, rivelò segreti e affari loschi della sua terra.

Rita, che allora aveva solo diciassette anni, rimase colpita da quel gesto di rottura e sentì che era quello l'esempio da seguire. Così decise che anche lei avrebbe collaborato con la giustizia dicendo tutto quello che sapeva. Giovane e timida, inesperta, ma sorprendentemente risoluta, anche lei sarebbe entrata nel programma di protezione testimoni. Testimone di giustizia a 17 anni. Nella sua giovane vita non aveva commesso nessun reato, aveva assistito a dei discorsi, però, aveva ascoltato nomi, poteva aiutare i giudici a ricostruire gli scenari criminali di quella valle selvaggia e violenta.

Lei e sua cognata vennero affidate a Paolo Borsellino. Quando fu davanti al giudice provò un po' di timore, ma quando ebbe il coraggio di sollevare gli occhi incrociando quelli del magistrato e vide quelli di lui dietro al fumo del sigaro, ogni paura svanì.

La trasferirono a Roma insieme a Piera, in un palazzone di sei piani nel quartiere Tuscolano, da dove la ragazza continuò a studiare per gli esami di maturità. La madre Anna la coprì di insulti e la ripudiò.

Un blitz mise le manette a 31 mafiosi della frangia trapanese di Cosa nostra. Erano i frutti del lavoro dei giudici Alessandra Camassa, della procura di Marsala e Morena Plazzi, della procura di Sciacca, a cui Borsellino aveva affidato l'inchiesta. I potentati della valle del Belice cominciavano a cadere grazie al lavoro di quattro donne, due magistrati e due giovani testimoni. Rita aveva superato gli esami, aveva compiuto 18 anni, era passata sotto la protezione dell'Alto Commissariato e nel giudice di Palermo aveva trovato un modello, un riferimento morale e affettivo. Poi, una domenica di luglio Paolo andò a trovare sua madre, Rita lo seppe dalla tv: il telegiornale trasmise le immagini della strada in fiamme. La lettera di addio e il suicidio La domenica successiva, intorno alle 17, la stessa ora in cui era saltato in aria il suo giudice lasciandola sola, Rita si lanciò dal sesto piano di viale Amelia. Pochi giorni prima aveva detto addio alla cognata. Alla madre, che avrebbe distrutto con un martello la lapide della tomba di sua figlia, Rita non riservò alcun saluto. Al suo giudice lasciò queste parole: “Sei morto per ciò in cui credevi, ma io senza di te sono morta”.

La storia di Rita Atria, è purtroppo poco nota, come la Storia di Rossella Casini, nostra concittadina, che abbiamo avuto modo di conoscere e approfondire in questo Consiglio e che vedrà, per iniziativa della Vicesindaca Giachi, l’intitolazione di un giardino venerdì prossimo alle ore 11.30.

Le mafie – ha continuato il presidente del Consiglio comunale Luca Milani – minacciano di divorare le nostre città! E’ quanto emerge dal “Report OmCom 2020” sulla criminalità a Firenze della Fondazione Caponnetto presentato nell’anniversario della strage di via d’Amelio.

Il Report sostiene che le mafie sono ben presenti sul territorio dell’area metropolitana di Firenze con gruppi riconducibili sia alle famiglie mafiose siciliane, calabresi e campane che gruppi organizzati di nazionalità straniera, in particolare albanesi, nordafricani, nigeriani, rumeni, cinesi.

La Toscana da sempre appetibile, ora più che mai con la crisi da pandemia, rappresenta per le mafie un boccone goloso con possibilità di rilevare attività e beni a prezzi stracciati con soldi provenienti da attività di usura, riciclaggio, intermediazioni e acquisti immobiliari, caporalato, scommesse, spaccio.

La prima cosa è prendere atto della situazione e non far finta di niente, pensando che la Toscana sia una terra libera; poi essere pronti ad agire anche nel presidiare gli appalti pubblici e non aver timore a denunciare atti di intimidazione, corruzione e illegalità. Consapevoli che le istituzioni preposte al contrasto delle mafie sono presenti e ben strutturate anche nella nostra regione e a loro va il nostro plauso e ringraziamento, per la lotta olle organizzazione mafiose e criminali ciò che può fare la differenza è il tessuto sociale (sindacati, imprenditori, associazioni), tutti solidali – ha concluso il presidente del Consiglio comunale Luca Milani – per non lasciare da solo nessuno in difficoltà e tutti con la massima fiducia nello Stato, nelle Istituzioni”.

20/07/2020 16.41
Comune di Firenze


 
 


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