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Diocesi di Firenze
La solennità dell'Epifania a Firenze
Il testo dell'omelia proclamata il 7 gennaio 2023 in Cattedrale dall'Arcivescovo di Firenze, card. Giuseppe Betori
"«Viene la tua luce» (Is 60,1), ha annunciato il profeta, prefigurando il mistero che si sarebbe rivelato nella manifestazione del Figlio di Dio come nostro Salvatore.
La luce ha accompagnato gli angeli al momento in cui hanno convocato i pastori nella notte di Betlemme per condurli all’incontro con il Bambino Gesù. Quella luce stava a dire che nel volto del Bambino, che si sarebbe mostrato loro dall’umiltà di una mangiatoia, Dio stesso si rivelava all’umanità e veniva a condividerne la condizione di fragilità per redimerla.
Ora una nuova luce appare nel cielo, quella di una stella, che si fa guida alla ricerca di chi aspira alla verità ed è pronto a porre in cammino la propria vita per incontrarla.
La sete di conoscenza della verità, che spinge la ricerca dell’uomo, a cui l’evangelista Matteo allude nella figura dei Magi, trova l’indicazione per un cammino che risponda al nostro desiderio solo nella stella di Gesù (cf. Nm 24,17). E solo dall’incontro con Gesù, splendore eterno del Padre, colui che nel Credo proclamiamo «luce da luce», questa ricerca trova risposta definitiva alle attese della mente e del cuore.
Di Cristo, luce della ricerca dell’uomo, sentiamo particolarmente bisogno nel nostro tempo, in cui lo stesso concetto di verità sembra essere soffocato sotto le troppe opinioni che vi rinunciano programmaticamente, perché la verità – così in molti ritengono –, con la sua assolutezza, porterebbe con sé l’intolleranza. Ma questo è del tutto lontano dalla verità cristiana, dal momento che la fede ci aiuta a scoprire nel volto di Dio l’assoluta identità di Verità e di Amore.
Rinunciare alla verità assoluta non assicurerebbe peraltro quella convivenza tollerante che alcuni vorrebbero opporre alla fede cristiana, lasciando di fatto spazio alla concorrenza conflittuale dei desideri, molteplici e divergenti, ma soprattutto significherebbe dover rinunciare da parte dell’uomo all’aspirazione più alta di sé, a quel trascendimento che si trova inscritto nel suo essere, nella sua stessa ragione, e che nessuna sofisticata manipolazione delle coscienze potrà mai annullare. A questo punto non resta che scegliere tra una delle tante varianti ideologiche che l’uomo si fabbrica da sé e la rivelazione che Dio fa di sé stesso, aprendoci a un tempo il suo e il nostro mistero; scegliere tra un umanesimo ateo, e alla fine nichilista, e il vero umanesimo che trae alimento dall’uomo-Dio Gesù, immagine perfetta del Padre.
È il grande insegnamento che ci ha offerto il Papa emerito Benedetto XVI, che ci ha da poco lasciati per giungere all’incontro ultimo con Dio nell’eternità. Ascoltiamolo ancora: «“Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui” (1Gv 4,16). Queste parole della Prima Lettera di Giovanni esprimono con singolare chiarezza il centro della fede cristiana: l’immagine cristiana di Dio e anche la conseguente immagine dell’uomo e del suo cammino» (Deus caritas est, 1). E a Benedetto XVI dobbiamo una riflessione teologica tutta tesa a mostrare come fede e ragione, lungi dall’opporsi, si arricchiscono reciprocamente nella ricerca della verità.
La ricerca della verità è una strada che può essere percorsa da tutti, credenti cristiani, credenti di altre religioni e non credenti. Lo prova in tal senso anche la narrazione evangelica che ha come protagonisti alcuni sapienti provenienti da oriente, da terre di altre tradizioni e culture, anche religiose. In loro prende forma quanto aveva predetto il profeta Isaia a riguardo di Gerusalemme: « Uno stuolo di cammelli ti invaderà, dromedari di Màdian e di Efa, tutti verranno da Saba, portando oro e incenso e proclamando le glorie del Signore» (Is 60,6). Nel vangelo la profezia si attua non più in rapporto alla città santa, bensì alla dimora che accoglie il piccolo Bambino nato da Maria. La prospettiva dell’universalità della verità e della salvezza si innalza con forza dal mistero dell’Epifania del Signore, in modo che colui che viene a manifestarsi non lo fa per alcuni, pochi o tanti che siano, ma per tutti, avendo come orizzonte i confini stessi del mondo.
La visione di Isaia ha al centro Sion, la città santa di Israele, e vede come protagonisti anzitutto gli israeliti che tornano dai luoghi dell’esilio e della dispersione, avendo però accanto a sé le genti che si riconoscono preda delle tenebre e si lasciano attrarre dalla luce che si diffonde dalla città di Dio. Nel vangelo di Matteo il quadro muta ancora, perché non solo la città è sostituita da un bambino, ma coloro che si accostano a lui per adorarlo provengono dalle genti e, abbattendo il muro che separava i popoli, si aggiungono ai figli di Israele che sono attorno al neonato: Maria, Giuseppe e i pastori.
Quel Bambino è venuto per tutti ed è per tutti luce del mondo. La dimensione missionaria non si aggiunge in seguito alla presenza del Salvatore, ma la connota fin dall’inizio e la trasmette anche agli inizi della Chiesa, mandata a fare discepoli tutti i popoli e a battezzare tutti gli uomini (cf. Mt 28,19). Alla Chiesa infatti si rivolgono ora le parole di Isaia, perché sia consapevole che in Gesù ha ricevuto una luce gloriosa che, brillando in lei, la rende faro di luce per tutti i popoli della terra.
Questa consapevolezza e questo slancio missionario hanno bisogno di essere oggi rinnovati con convinzione nelle nostre comunità, sia nel sostenere l’annuncio del Vangelo e la crescita di nuove Chiese nel mondo, sia nel prendere coscienza che anche tra noi è tempo di una rinnovata missione, verso coloro che non hanno mai conosciuto Cristo, o perché giunti tra noi da nazioni e culture lontane o perché figli di una società che ha cancellato i segni della fede dalla sua cultura e non ne ha trasmesso la conoscenza alle nuove generazioni.
Occorre interrogarci su come rendere in tal senso più trasparenti ed efficaci i modi con cui il Vangelo viene testimoniato come fattore di novità per il mondo nelle forme del servizio della carità ma anche in quello della elaborazione culturale. Questo perché siamo convinti che lo splendore della gloria di Dio di cui parla Isaia e di cui rendono testimonianza i Magi è capace di gettare una luce nuova oltre l’impossibile delle tenebre umane, non perché annulla l’umano ma perché lo rivela nella sua identità più vera. In tal senso la missione cristiana non è conflitto con l’uomo e le sue aspirazioni, ma svelamento all’uomo delle sue attese più autentiche e del dono, il Cristo Gesù, che le soddisfa in pienezza. Anche per noi, come per i Magi, è a disposizione una gioia grandissima, a cui rispondere con l’adorazione e il dono di noi stessi".

Giuseppe card. Betori
Arcivescovo di Firenze

09/01/2023 12.59
Diocesi di Firenze


 
 


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