Redazione di Met
Massa "Giacomo ha fatto una cosa giusta"
Il messaggio del vescovo Vaccari al funerale di Bongiorni
Pubblichiamo di seguito l'omelia pronunciata sabato 18 aprile al funerale di Giacomo Bongiorni da Mons. Mario Vaccari, vescovo di Massa Carrara-Pontremoli Massa.
"Giacomo Bongiorni aveva 47 anni.
Stava trascorrendo la serata di sabato con la sua compagna Sara, con suo figlio di undici anni, con alcuni amici. Ha visto dei ragazzi comportarsi male e ha detto loro qualcosa. La morte di Giacomo Bongiorni è stata causata dalle gravi lesioni riportate durante l'aggressione: pugni e calci sferrati con violenza che hanno provocato traumi risultati fatali. L'aggressione sviluppatasi in più fasi a partire da un giusto richiamo per una bottiglia di vetro rotta, rivolto a un gruppo di ragazzi, in pochi istanti è degenerata!
Potrei dire molte cose. Ne dico una sola, per prima: Giacomo ha fatto una cosa giusta. Una cosa semplice e giusta. E questa chiesa, oggi, è qui anche per raccogliere la sua voce, il suo richiamo.
In questi giorni ho incontrato la famiglia di Giacomo. Ma in particolare nella notte della Fiaccolata - seguita in silenzio da una moltitudine di cittadini scossi e colpiti dalla vicenda – al termine del percorso, presso il punto dove è stato ucciso Giacomo, in quella parte di piazza ora coperta di tantissimi fiori, ho ascoltato queste parole che ancora sono impresse nel mio cuore.
Dalla cugina
«Qui Giacomo ha trovato la sua fine, da qui deve nascere qualcosa.»
E poi dalla mamma seduta in lacrime in quel punto della piazza:
«Spero che il sacrificio di mio figlio non sia stato vano, ma segni un nuovo inizio.»
Due donne nel dolore più acuto che si possa immaginare. E tutte e due, invece di chiudersi, hanno aperto. Invece di fermarsi alla fine, hanno
cercato un inizio. Non lo so come si fa. So che è una cosa grande. E so che questa omelia, in fondo, non fa altro che provare a stare all’altezza di quelle parole.
Le letture che ho scelto ci aiutano a capire da dove viene quella forza.
Nel Vangelo di Giovanni siamo sotto la croce. Gesù sta morendo. E in quel momento — nell’ultimo momento — dice due cose soltanto.
Alla madre e al discepolo:
«Donna, ecco tuo figlio. Ecco tua madre.»
Nel punto di massima rottura, nel momento in cui tutto sembra finire, Gesù crea un legame nuovo. Affida le persone le une alle altre. Dice: restate insieme.
Poi dice:
«È compiuto.»
Non è una resa. Non è la voce di chi si arrende. È la voce di chi ha portato fino in fondo quello che doveva portare.” Compiuto” — in greco tetelestai — vuol dire portato a termine, realizzato, adempiuto. C’è dentro tutta la vita di Gesù, ogni scelta, ogni passo. E c’è anche, in qualche modo, la vita di Giacomo: un uomo che ha fatto fino in fondo quello che doveva fare. Ha difeso. Ha detto una parola giusta. Ha adempiuto.
E poi l’Apocalisse:
«Ecco, faccio nuove tutte le cose.»
Non dice: cancello tutto. Non dice: fa’ finta che non sia successo. Dice: faccio nuove tutte le cose. La materia del nuovo è questa realtà, con tutto il suo peso, con tutto il suo dolore. Dio non lavora sul vuoto. Lavora su quello che c’è, su quello che è stato spezzato, e lo trasforma.
La madre di Giacomo e sua cugina hanno detto la stessa cosa, senza saperlo, con le parole dell’Apocalisse. Da qui deve nascere un nuovo inizio. Un inizio che ha avuto un prezzo alto, il sacrificio di una vita. Questa è fede. Non ottimismo. Fede.
Voglio rivolgermi direttamente a Sara, al figlio Gabriele, alla figlia Nina, al cognato che ha cercato di difenderlo e porta ancora i segni di quella notte, alla madre Giorgia, a tutta la famiglia presente.
Siete stati raggiunti da qualcosa di ingiusto e brutale. Non ci sono parole che lo riparino. Non c’è gesto che restituisca quello che vi è stato tolto. Quello che posso dirvi è che questa comunità — la città di Massa, la diocesi, le persone che vi vogliono bene — non vi lascia soli. Non vi ha lasciati soli in questi giorni, e non lo farà nei mesi che vengono, quando le telecamere se ne saranno andate e il silenzio tornerà a pesare.
A Gabriele — che ha tenuto la mano di suo padre quella notte e gli ha chiesto di alzarsi — voglio dire una cosa sola: tuo padre era un uomo buono. Quello che ha fatto era giusto. Portalo con te.
Martedì sera, in questa città, si è visto qualcosa che non dimenticherò facilmente.
Più di diecimila persone hanno camminato insieme per le strade di Massa, in silenzio, con una luce in mano. Gente di ogni età, di ogni provenienza, di ogni convinzione. Non convocata da un partito, non guidata da uno slogan. Semplicemente presente, accompagnata come ondate – di tanto in tanto- da applausi spontanei.
Quella fiaccolata non era solo cordoglio — anche quello, certo, e profondo. Era una città che si guardava in faccia e si diceva:
questo non siamo noi. Non vogliamo essere questo.
Era una domanda collettiva che cercava voce.
Quelle diecimila persone ci hanno consegnato una responsabilità. A me, alle istituzioni, alle scuole, alle famiglie, alle comunità cristiane, a chiunque abbia un ruolo nella vita di questa società. Non possiamo raccogliere quel segnale e lasciarlo spegnere come si spegne una candela. Dobbiamo farne qualcosa.
Ci sono parole che voglio pronunciare, sapendo che in questo momento può sembrare fuori luogo.
Queste parole sono: perdono e riconciliazione.
Le dico subito con precisione, perché non voglio essere frainteso.
Non sto chiedendo alla famiglia di Giacomo di perdonare chi lo ha ucciso. Non è questo il luogo, non è questo il momento, e non spetta a me dirlo. Le colpe individuali hanno il loro percorso — davanti alla giustizia degli uomini prima, e davanti a Dio poi.
Parlo di qualcosa di diverso. Parlo di perdono e riconciliazione che intendono tessere e riparare quel tessuto sociale che si è lacerato: la capacità di una comunità di non lasciarsi distruggere dall’odio, di non cedere alla logica dello scontro, di non dividere la città in fazioni contrapposte dove ognuno urla la sua parte senza ascoltare l’altra.
In questi giorni ho visto anche questo: la rabbia — comprensibile, giusta — che rischia di diventare pretesto per chiusure, per contrapposizioni, per semplificazioni pericolose. Ho sentito parole che dividevano invece di unire. Ho visto il dolore di Giacomo usato per dire cose che Giacomo, ne sono certo, non avrebbe voluto che si dicessero.
La scena del Calvario che abbiamo ascoltato oggi ci mostra qualcosa di preciso: Gesù ha spezzato la catena del male che continua a circolare perché trova sempre qualcuno disposto a restituirlo e a moltiplicarlo. Lo ha fatto
non imponendosi con una forza superiore, ma accogliendo quello che gli è successo e riconoscendo in quegli eventi drammatici della sua Passione lo “spartito” dei canti di amore e di servizio che il Padre aveva affidato alla sua vita; lo ha fatto suo, traducendo le parole profetiche in gesti concreti, in perdono, in silenzi pieni di compassione. Così, percorrendo la via della croce, ha imparato l’obbedienza più difficile: quella dell’amore per l’altro, anche quando l’altro si presenta come un nemico.
Anzi di più, sotto la croce, dunque, nel momento della massima frattura, Gesù non alimenta la divisione. Crea comunità. Mette insieme la madre e il discepolo. Dice: restate uniti. Costruite qualcosa.
Il nuovo inizio di cui hanno parlato la madre e la cugina di Giacomo non può nascere dalla vendetta, né dalla paura, né dall’indifferenza. Può nascere solo da una comunità che accetta di guardarsi in faccia — con tutte le sue differenze, con tutte le sue tensioni — e decide di dialogare invece di urlare. Questo è ‘perdono e riconciliazione’ vissuto nel tessuto sociale: non dimenticare, non minimizzare, ma scegliere la convivenza, la costruzione di una comunità come valore irrinunciabile.
E allora — proprio a partire da questa scelta — viene il compito.
Quello che è successo a Giacomo ci dice che qualcosa si è incrinato nel modo in cui cresciamo i nostri figli, nel modo in cui siamo presenti nelle fasi più fragili della loro vita. Ragazzi che esplodono così non nascono la sera prima. Sono il frutto di anni in cui nessuno ha saputo — o potuto — tenerli.
Per questo rivolgo un appello diretto alle istituzioni: al Comune, alla Prefettura, alle scuole, ai servizi sociali. Non solo più controllo — anche quello, se serve — ma qualcosa di più difficile: un’alleanza. Un patto educativo vero, che metta attorno allo stesso tavolo tutti i soggetti che hanno a che fare con la crescita dei giovani in questa città.
La Chiesa di Massa Carrara-Pontremoli c’è. Lo dico senza ambiguità: siamo disponibili a fare la nostra parte, con le parrocchie, con gli oratori, con le comunità. Non per occupare spazi, ma per costruire insieme. Le nostre realtà conoscono le periferie, le famiglie in difficoltà, i ragazzi che scivolano via. Quella conoscenza non deve restare chiusa nelle sacrestie.
Papa Francesco ha parlato spesso del ‘villaggio educativo’ — riprendendo il proverbio africano: ci vuole un villaggio per crescere un figlio. Nel 2020 ha lanciato un Patto Educativo Globale, chiedendo a scuole, famiglie, istituzioni, chiese e società civile di costruire insieme, invece di agire ognuno per conto proprio. Non era un’utopia. Era — ed è — una necessità. Quello che è mancato a quei ragazzi quella notte non era solo un freno: era un percorso. Era qualcuno che, nel tempo, avesse insegnato loro che l’altro esiste, che la vita è sacra, che la rabbia non è una risposta, è un sentimento che va riconosciuto e non seguito.
Costruire quel percorso è il nuovo inizio che ci chiede questa morte. Giacomo, adesso, lo affidiamo a Dio!
A Colui che sul Calvario ha tenuto insieme la madre e il discepolo nel momento più buio. A Colui che dice: faccio nuove tutte le cose — non cancello, non dimentico, ma trasformo.
Noi non abbiamo il potere di restituire Giacomo a chi lo amava. Ma abbiamo il potere — e il dovere — di fare in modo che la sua morte non sia stata inutile. Che questa città, dopo di lui, sia un posto un po’ più giusto, un po’ più capace di tenere insieme i suoi figli.
Giacomo ha detto una parola giusta nell’ultimo momento della sua vita. Sua madre e sua cugina hanno indicato la direzione: non solo una fine, ma un nuovo inizio, che Gesù ci ha anticipato con la sua resurrezione.
Tocca a noi camminare in quella direzione".
19/04/2026 23.37
Redazione di Met