Con il Patrocinio della Regione Toscana, dal 10 luglio al 26 settembre 2010 le sale del Castello Pasquini, a Castiglioncello, ospiteranno la mostra “Enrico Baj: dalla materia alla figura”.
L’iniziativa, promossa dal Comune di Rosignano Marittimo, con la collaborazione dell’associazione “Il Valore del Segno” - che festeggerà con questo evento i venti anni di attività, interamente dedicati a diffondere sul territorio l’operato di alcuni tra i maggiori protagonisti dell’arte contemporanea italiana - rappresenta un appuntamento espositivo finalizzato ad indagare un momento cruciale dello sviluppo creativo di Enrico Baj, ovvero l’iniziale approccio con la sostanza pittorica e la successiva trasformazione di quest’ultima in immagine.
L’esposizione, curata da Luciano Caprile e Roberta Cerini Baj, si articola in sei sezioni e raccoglie 77 opere eseguite dal maestro milanese a partire dal 1951 (anno di fondazione del Movimento Nucleare) fino agli anni ’90, periodo in cui i concetti di “materia” e “figura”, che avevano precedentemente interessato l’elemento pittorico, danno vita a “maschere tribali” e “totem” in cui l’ “objet trouvé” partecipa a pieno al gioco compositivo dell’artista.
Quando Baj fonda con Sergio Dangelo il Movimento Nucleare il pensiero è rivolto al De Rerum Natura di Lucrezio e soprattutto al rischio di catastrofe atomica che incombeva sul nostro pianeta appena uscito dalla guerra. Le opere di quegli anni evocano un mondo devastato dall’immane tragedia, propongono un day after che ha cancellato l’umanità o l’ha trasformata in un rinnovabile incubo.
Questo clima accoglie i visitatori nelle prime due sale a partire da Due figure atomizzate, un olio e smalto su tela del 1951 esibito nel 2001 al Palazzo delle Esposizioni di Roma e nel 2008 al Victoria & Albert Museum di Londra, tanto per citare le manifestazioni più recenti. Già da questo primo lavoro emerge un inquietante processo metamorfico volto a interessare la stessa sostanza pittorica che promuove forme umanoidi o zoomorfe in un’atmosfera livida di colature e di umori. La mostruosa Zia Vannia del 1955 nasce da lì e lo stesso Baj non esita a escogitare nel 1956 un Autoritratto che lievita da un impasto informale.
Il passo successivo ci viene offerto dalla terza sala dove compaiono le “montagne” emerse da un magma in continuo divenire scandito da elementi vitali a mimare occhi e volti.
Poco alla volta questa trasformazione sostanziale conquista il profilo di un corpo ancora indistinto come si evince dalle opere esposte nel quarto ambiente. L’idea dei “generali” nasce da lì e da lì deriva il loro atteggiamento prevaricatore, come se il concetto di violenza e di distruzione fosse insito nel loro corredo cromosomico. Général se promenant avec son petit chien del 1960 è una delle opere più significative dell’intera rassegna non solo e non tanto per le sue dimensioni (cm 180 x 200) ma soprattutto per l’incisiva causticità narrativa: lo stesso anno della sua realizzazione è stato ospitato al Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris in occasione del XVI Salon de Mai. Da parte sua Georges Grenville, Marquis de Buckingham del 1963 ripone nell’ampollosità del titolo nobiliare la risibile essenza della sua persona. A quest’ultima immagine possiamo idealmente e degnamente affiancare Zita de Bourbon-Parme, Impératrice d’Autriche, paladina di tutte le “dame” vestite di frivolezza e di vacuità. Quindi due tipici “generali” del 1975 concludono con belluina arroganza militare la quinta stazione.
La conquista della figura si associa ora al trionfo dell’ornamento che non diventa mai un elemento puramente decorativo, ma entra nel carattere degli effigiati. Qualunque oggetto può partecipare al gioco compositivo dell’artista: due quadranti di orologio (si vedano gli ultimi “generali”) forniscono la rotondità di uno sguardo, mentre una rondella può indicare efficacemente il moto di stupefazione di una bocca; il naso promuove invece il destino aguzzo di un frammento di legno (è il caso di Zita). E poi ci sono le medaglie, le nappe e le passamanerie ad accendere ulteriori occasioni di stupefacente narrazione.
Il successivo percorso creativo di Enrico Baj ha sempre inteso coniugare il piacere ludico (ovvero il piacere di stupirsi e di stupire il prossimo) a una severa disamina della società che ci circonda e che sembra continuamente attirata da una masochistica vocazione per la catastrofe. Seguendo la traccia iniziale che chiama in causa la “materia” e la “figura” si perviene all’ultima, coloratissima sala che raduna le “maschere tribali” e i “totem” in cui la pratica del “ready made” diventa l’ennesimo pretesto per una disamina dei comportamenti umani, capaci di mescolare nello stesso tempo una tecnologia sempre più sofisticata ad atteggiamenti regressivi. Così Attkuyu può inalberare un telefono cellulare mentre il bifronte Luigi XV e Madama Pompadura si fa trapanare il cranio da una lama.
A ribadire il rapporto di Baj con i vari materiali da tradurre in curiosi personaggi o in seducenti forme, compaiono nelle vetrine i “meccani”, i “lego”, le “plastiche”, i “mobili”, gli “specchi”.
La mostra raduna dunque una serie di opere che hanno contrassegnato il cammino del maestro milanese, contraddistinto da importanti tappe museali sia in Italia che all’estero.
Enrico Baj: dalla materia alla figura
Organizzazione Comune di Rosignano M.mo – Assessorato alla Cultura
Associazione culturale “Il Valore del Segno”
con il Patrocinio della Giunta Regionale Toscana
Coordinamento Vincenzo Brogi; Valeria Tesi - Comune di Rosignano M.mo
Fulvio Montagnani – Il Valore del Segno
A cura di Luciano Caprile e Roberta Cerini Baj
Catalogo Edizione Skira, a cura di Luciano Caprile (tavole a colori)
Ufficio Stampa Cristina Pariset
tel. 02 4812584 – 348 510989 fax 02 4812486
cristina.pariset@libero.it
Skira editore
Lucia Crespi
Tel 02 89415532 ¬ 89401645 fax 02 89410051 Cell 338 8090545
lucia@luciacrespi.it
Servizi Mostra
Prezzo biglietto intero € 5,00; ridotto € 3,00;
E’ previsto il biglietto ridotto per le persone in età superiore a 65 anni, per i giovani fino a 26 anni, per i gruppi, per i soci TCI, UNICOOP Tirreno, FAI. (Gruppi: minimo 10/massimo 25 persone)
Possibilità di visite guidate su prenotazione
L’accesso alla mostra sarà consentito ad un massimo di 65 persone contemporaneamente.
Le visite potranno avere la durata indicativa di 60’.
Per i gruppi è consigliata la prenotazione
Luogo Castello Pasquini, Piazza della Vittoria - Castiglioncello (Livorno)
Periodo 11 luglio – 26 settembre 2010
Inaugurazione 10 luglio 2010 ore 17.30
Orario Dal 11 luglio al 5 settembre
Tutti i giorni: 16.00 – 24.00 Chiuso il lunedì (lunedì 16 agosto aperto)
Dal 7 al 26 settembre
Tutti i giorni: 9.00 – 19.00 Chiuso il lunedì
Informazioni Ufficio Cultura Comune di Rosignano M.mo
Tel. 0586 724.395 /.496 fax 0586 724.286
c.fantoni@comune.rosignano.livorno.it -
c.bellucci@comune.rosignano.livorno.it
Centro per l’arte Diego Martelli Tel. 0586 759012 (in orario mostra)
www.comune.rosignano.livorno.it
ENRICO BAJ. DALLA MATERIA ALLA FIGURA
“L’avanguardia può essere considerata un impulso generale alla rimozione di ogni convenzione ripetitiva. L’avanguardia è uno stimolo creativo di fronte alla monotonia dell’esistente…” (1).
L’avanguardia di Enrico Baj inizia ufficialmente il 1 febbraio 1952 ( anche se il suo impegno in tal senso risale al 1950 ) allorché rende pubblico a Bruxelles il “Manifesto della pittura nucleare” redatto con Sergio Dangelo in occasione di una loro mostra alla Galerie Apollo. In quegli anni Milano è una fucina di idee e di innovazioni artistiche: se il Movimento Arte Concreta ( MAC ), fondato nel 1948 da Gillo Dorfles, Gianni Monnet, Bruno Munari e Atanasio Soldati, si pone come una corrente non figurativa e pluridisciplinare prendendo le distanze sia dal realismo socialista di connotazione marxista sia dalle sperimentazioni informali, il Movimento Spaziale di Lucio Fontana cerca di fondere la scienza e l’arte guardando alle istanze del mondo contemporaneo. Nell’ alimentare e nel superare per urgenza dichiarativa tale dibattito, Baj viene attratto dal potere misterioso dell’atomo già poeticamente intuito e cantato da Lucrezio nel “De rerum natura” ma rivelato in tutta la terrificante valenza distruttiva dal conflitto mondiale appena concluso a causa degli effetti devastanti delle bombe scaricate dagli americani su Hiroshima e Nagasaki. D’altronde in quegli anni la paura continua ad abitare il pianeta nonostante gli sforzi mediatici di minimizzare il pericolo: Bikini, l’atollo degli esperimenti nucleari ripresi dagli Stati Uniti a partire dal 1946, fornisce il proprio nome al succinto costume da bagno indossato da procaci fanciulle ( ribattezzate per l’appunto bellezze atomiche ) immortalate sulle riviste alla moda. In tale situazione Baj decide di interpretare con immagini di drammatica perentorietà l’angoscia esistenziale che pervade la gente. Al di là dei proclami del suo Manifesto ( “La verità non vi appartiene: essa è nell’ATOMO. La pittura nucleare documenta la ricerca di questa verità” ), egli evidenzia nelle opere di quel periodo la “verità” di un pericolo incombente, legato per l’appunto all’uso perverso dell’atomo capace di cancellare l’uomo dalla faccia della terra. Le Due figure atomizzate del 1951 rispondono efficacemente a una simile esigenza: le colature di colore attraversano e pervadono le tracce degli individui in tutto simili ai fantasmi impressi al suolo dal caldo vento atomico che scioglie i corpi. Non occorrono altre descrizioni: il gesto dell’artista si consuma nella perentoria violenza dell’evento narrato che annulla ogni paesaggio di consolazione nel fondale infuocato e combusto. E dopo che cosa succederà? Lo scopriamo ne I vangatori della luna e Nella foresta vi era un tremendo animale del 1955. I sopravvissuti saranno condannati a dover fare i conti con una realtà completamente diversa a causa delle conseguenti mutazioni genetiche: nasceranno mostri di palpabile concretezza a superare nella loro sconvolgente evidenza tutti i possibili mostri partoriti dal pensiero. Baj dunque indaga il territorio dell’incubo e lo esibisce per campionature inserendovi anche un pizzico di quella ironia che, insieme al piacere del gioco, pervaderà l’intera sua opera soprattutto negli anni a venire. Dal punto di vista strutturale tali opere propongono “una semplificante presenza sempre frontale dell’immagine, con totale annullamento prospettico a favore d’una soluzione (… ) quasi teatrale, attraverso la quale tutto il risalto è dato all’immagine protagonista, ed anzi all’ironia che in quest’immagine particolarmente Baj concentra ed esercita”(2). Comunque, al di là di simili considerazioni, il gesto automatico dell’autore affida principalmente alla materia, che svela le intrinseche e suggestive potenzialità mentre si manifesta, il compito di nutrire una figura promossa da un magma embrionale in continua evoluzione e trasformazione.
Il dipinto Due bambini nella notte nucleare del 1956 introduce due temi che tratteremo tra poco: la “montagna”, che si intravede ai loro piedi, e l’“ultracorpo”, che invade la scena, qui rappresentato dai due profili ectoplasmatici e già preannunciato in qualche misura dal “tremendo animale” incontrato in precedenza. Come dire che il divenire creativo del maestro milanese si affida alle gemme offerte precocemente da questo iniziale, tumultuoso terreno di cultura, vero e proprio laboratorio di suggestioni e di suggerimenti che si alimentano reciprocamente nel momento in cui si manifestano.
La zia Vannia del 1955 può essere considerata a tutti gli effetti come il prototipo di quei personaggi che alimenteranno la futura scena bajana: un po’ “ultracorpo”, un po’ “dama” ma soprattutto sostanza che pare uscire concretamente dal quadro non solo per il corposo impasto polimaterico che costituisce l’essenza del singolare personaggio ma anche per via del collage ( altro elemento distintivo del nostro autore ) usato con giocosa e gioiosa disinvoltura sempre sul filo della provocazione visiva. Sotto tale aspetto i vetri colorati, disseminati in Carnevale del 1956, non sono solo uno scherzoso controcanto nei confronti dell’amico Lucio Fontana, che li stava ampiamente utilizzando a corredo dei suoi “concetti spaziali”, ma esprimono un felice esempio di come ogni cosa casualmente trovata o capitata sotto mano al momento giusto potesse tornar utile quando si faceva strada un impellente bisogno di creatività.
Si accennava alle “montagne” che costituiscono un riferimento essenziale per il Baj pronto a manipolare la materia alla stregua di un alchimista che intenda ricercare in essa lo stesso motivo del suo operare, ovvero la lettura di un futuro da interrogare, da estrapolare e da esibire come dilemma interpretativo anche nei riguardi di se stesso. Sembra infatti che Baj ( come abbiamo talora constatato nelle precedenti prove ) intenda farsi guidare non solo da tutto ciò che il gesto esprime direttamente sulla tela ma anche da tutto ciò che tale gesto promette nel suo divenire ovvero nelle successive metamorfosi. E le “montagne”, proprio sotto questo punto di vista, appaiono una eccellente palestra di sperimentazioni. Intanto rappresentano una sorta di “brodo primordiale” che custodisce ogni possibile futuro. Lo possiamo constatare in Montagna del 1957, in Composizione nucleare del 1958 e ne La grande roccia del 1959. In tutti questi casi egli adotta il procedimento dell’ “acqua pesante”: così viene da lui battezzata l’emulsione di acqua e vernice da stendere sulla tela per ottenere una superficie maculata richiamando in tal modo l’omonima sostanza impiegata dai fisici per la disintegrazione dell’atomo. L’immagine ottenuta da un simile procedimento erutta occhi, forme ameboidi, frustoli di una qualche deiezione organica. Insomma non siamo al cospetto di una descrizione inerte, ci troviamo bensì di fronte a un procedimento prodigo di interrogativi e di attese. Dunque “sopra una stesura abbondante di fondo, costituita da colore generalmente bianco, Baj fa sedimentare vernici bituminose, bruno-trasparenti, inventando rocce, montagne, terreni antropomorfi, quasi a voler ripetere, in piccolo e rapidamente, quei processi formativi di natura geologica che, nella realtà, e in grande, si compiono per spazi millenari: è una ‘natura da laboratorio’”(3). E tale “laboratorio” esibisce ben presto ulteriori frutti documentati da Montagna in processo di personificazione del 1958 e in Bonjour, cher ami, j’étais juste en train de te chercher del 1959. Si tratta di corpi che vengono partoriti lentamente dalla sostanza a simulare i profili dei prossimi “generali” il cui impatto fisionomico è causticamente e ironicamente preannunciato da Autoritratto del 1956.
A questo punto occorre compiere un passo indietro per registrare immagini e notizie utili a una più esaustiva disamina del processo creativo di Baj che non si attua secondo quella rigorosa linea retta da lui sempre rifiutata ma predilige la contemporanea coltivazione di ramificazioni esemplarmente collaterali al concetto portante; si aggiungano a tutto ciò i necessari recuperi di memoria atti ad alimentare e a puntualizzare convenientemente quanto si sta preparando. Ci riferiamo soprattutto a quelle presenze aliene che precipitano sulla superficie delle “montagne” e che, oltre a suggerire il rischio di un’invasione di extraterrestri documentata dai film di fantascienza dell’epoca, rendono palpabile il ricordo dei mostri suscitati dall’ecatombe atomica dei primi dipinti. Infatti da Ultracorpo del 1958 e da E tu spersa in questi luoghi cosa fai? dell’anno seguente possiamo trarre le stesse conclusioni emozionali e percettive che, per esempio, ci provengono dalla già menzionata Nella foresta v’era un tremendo animale.
Da Gran Generale del 1961 e da My God! del 1968 giungono gli elementi utili ad assimilare i vari passaggi costruttivi che conducono ai “generali” propriamente detti e alle relative “dame”. Qui si viene soprattutto attratti dai materiali che tendono ad arricchire un supporto ancora povero di ammennicoli. Questo proto-generale risulta ancora sommariamente ritagliato contro uno dei caratteristici fondali damascati: il corpo, attraversato dal dripping, manca di tutte le sovrastrutture ( in particolare le medaglie ) del potere e dell’arroganza. Eppure è già lui nell’impronta e nell’atteggiamento. Parimenti la “dama” è un ritaglio di feltro incollato contro un fondale di ricca tappezzeria alla ricerca di una adeguata evidenza: per il momento non sembrano sufficienti le applicazioni di fortuna, che timbrano gli occhi e la bocca, o un accenno di passamaneria per delimitare la scollatura a soddisfare ben altre attese di magnificenza formale.
Di lì a poco i personaggi decorati faranno il loro trionfante ingresso nel panorama bajano portando con sé l’animalesca aggressività di quelle forme primitive alimentate dall’incubo e così prossime, nel disegno essenziale e spontaneo, alle creazioni della prima infanzia a cui egli ha sempre riservato una privilegiata attenzione al pari di altri grandi maestri, in primis Miró e Klee. Ci riferiamo a Général se promenant avec son petit chien, una grande tecnica mista su tela del 1961 che costituisce il riassunto della ricerca di Enrico Baj pervenuta fino a quel momento. A Baj non interessa descrivere, a Baj interessa incidere negli occhi di chi guarda la bruta efficacia del messaggio. Pertanto l’attenzione privilegia non la perfezione dei particolari ma lo strazio applicativo di una oculata casualità che si permette di attivare una narrazione fortemente incisiva attraverso lacerti di forme ( il corpo approssimativo del generale col corredo svolazzante dei cordoni intorno al volto, la testa insolente dell’intruso, il cane famelico ). Le medaglie appuntate sul petto e i denti aguzzi completano il gioco tra il finito e il non finito, tra l’esagerata preziosità dell’addobbo e la insistita scansione delle strisce verticali a invadere il fondo. La medesima burattinesca e antiretorica impostazione riguarda Georges Grenville, marquis de Buckingam del 1963 che d’imponente ha solo il nome, a rappresentare tutti quei personaggi che fanno e faranno dell’apparenza l’unica esibibile giustificazione dell’esistere.
E finalmente scende in campo un assaggio dei “generali” e delle “dame” che tutti hanno imparato a conoscere. I primi sono rappresentati da due emblematiche opere del 1975: “I tratti estetici dei Generali sono di una spaventosa brutalità, ma suscitano nel contempo grande ilarità. Contravvenendo a qualsiasi comportamento civilizzato, spalancano orrendamente la bocca per urlare ordini disumani, i loro occhi appaiono sbarrati per amplificare il terrore evocato dal loro aspetto” ( 4 ). E le “dame”, seppure per altri comportamenti estetici, non sono da meno: la coeva Zita de Bourbon-Parme, Impératrice d’Autriche interviene nella disputa delle vanità con un cascame di nappe e di merletti che costituiscono il corpo-abito annodato a un’idea di collo grazie a un doppio fiocco che si dirama in percezioni di braccia. La faccia tonda non possiede occhi e bocca ma viene esaltata, si fa per dire, da una rude scheggia di legno ricoperta di specchio a pronunciare un naso. In questo e in altri simili casi non si nota alcun intervento pittorico: sono le cose trovate e gli oggetti recuperati a fornire l’alimento unico e necessario per una creazione antropomorfa scaturita dall’assemblaggio. Il racconto artistico cresce e si concretizza dunque con Baj attraverso l’uso non convenzionale di forme ben definite per il loro canonico utilizzo o di elementi non esattamente caratterizzati ( spesso frammenti di scarto ) che con lui acquisiscono una nuova, inattesa vita. Per le opere appena accennate ci riferiamo in particolare ai quadranti d’orologio che, nel ruolo di occhi, forniscono uno sguardo attonito ai due militari mentre, come abbiamo già detto, alla signora dalla esagerata e finta nobiltà è toccato in sorte un anonimo frantume come appendice rinitica.
Comunque il ricorso a sostanze eterogenee ricopre un ruolo importante nell’attività creativa del nostro maestro alla continua caccia ludica di quella meraviglia che potesse accendere in lui il piacere di innescare, a cascata, ulteriori meraviglie. Se ci soffermiamo a valutare i materiali scelti nel corso degli anni, al di là di quelli già citati durante la nostra disamina, possiamo vedere come certi giochi dell’infanzia abbiano attirato la sua attenzione: pensiamo al “lego” utilizzato per ottenere personaggi seguendo una fantasiosa regola degli incastri tra i vari tasselli ( Lego 12 del 1963 ); pensiamo al “meccano”, il divertimento dei bambini intelligenti di una lontana infanzia da lui riesumato per articolate e anche imponenti combinazioni che naturalmente esulano ampiamente dal foglietto di istruzioni fornito dalla ditta distributrice: Personnage mécanique e Gendarme del 1985 scaturiscono da tale procedimento compositivo. Quindi anche la plastica, già modellata o ritagliata per l’occasione, assemblata, giustapposta per ottenere magiche trasparenze è entrata nel fermento delle ispirazioni ( Tumba ba-umf del 1968 ). Mobiletto del 1961 dichiara invece che le impiallacciature possono adeguatamente alimentare fughe bidimensionali nel concepimento di comodini o di credenze dalla bilanciata asimmetria i cui cassetti, rigorosamente inaccessibili, possono contenere la gelosa risposta ai nostri desideri. E poi chi ha mai detto che rompere gli specchi attira le disgrazie? Baj lo ha fatto per tanti anni con allegra disinvoltura: i risultati di tale gesto “riprovevole” si ritrovano in opere che non solo vivono autonomamente nella forma scelta dall’autore ma godono altresì del riflesso moltiplicato di tutti coloro che nell’ammirarle concedono a esse un attimo fuggente della loro immagine.
Con Enrico Baj la materia diventa pertanto figura in modi sempre diversi e sempre prodighi di sorprese, di soluzioni concettuali che mantengono un elevato grado di stupefazione per chi le fa mentre le fa ( e qui si ripropone per lui il fresco divertimento che lo ha accompagnato fino all’ultimo dei suoi giorni ) e per chi le ammira constatando come la semplicità e l’essenzialità di certe soluzioni sia da assommarsi alla meraviglia dei risultati.
Prima di tuffarci nell’ultima sequenza di combinazioni costruttive soffermiamoci ora a considerare un lavoro pittorico che ne anticipa l’essenza. Ci riferiamo a Impressioni d’Africa, un imponente acrilico su feltro del 1996 suscitato dalla lettura dell’omonimo libro di Raymond Roussel che costui aveva scritto senza essere mai stato nel Continente Nero: pertanto le sue descrizioni fantastiche potevano più facilmente entrare nella logica di Baj che non aveva certo bisogno di sondare sperimentalmente una determinata realtà per ricavare da essa suggerimenti utili alla denuncia del vero. Il dipinto in questione pone alla ribalta il grottesco e il kitsch ampiamente frequentato dal suo gesto nell’ultimo tratto esistenziale poiché nella sottolineatura del paradosso, del contrasto visivo e dell’esagerazione di particolarità anatomiche trovavano alimento, adesso come in precedenza, non solo determinate sequenze strutturali ma anche le affermazioni di principio per così dire morale.
L’esagerazione di Baj, la mostruosità che stiamo rincorrendo e ritrovando a ogni passo fin dalle prime battute di questo nostro percorso ha una sua ragione ben precisa come ha sottolineato a suo tempo Jean Baudrillard: “Questa dimensione (… ) mostruosa nel senso sublime del termine possiamo allora ritrovarla tanto in un mobile quanto in un ultracorpo, nello scintillio di uno specchio o nella monotonia di una serie. Solo la pittura che riesce a divenire un operatore mitico riesce anche a risolvere la mostruosità del sociale e delle nostre vite”( 5 ). E Baudrillard ribadisce che questa di Baj è la dimensione mitica delle maschere primitive. Non è dunque un caso l’ impegno di Baj nei confronti di quelle maschere tribali e di quei totem raggruppati, come in una foto ricordo,in quest’opera da accogliere quale compendio del passato e quale approccio creativo in tal senso. Le prime prove lignee sono datate 1993 e recuperano quell’idea della “testa” che da sempre è stato uno dei suoi argomenti preferiti di indagine. Nella circostanza la ricerca degli elementi da assemblare per fornire un determinato carattere ai vari interpreti è stata guidata dall’intenzione di esaltare quei comportamenti di certa odierna gioventù dove la tecnologia più sofisticata si associa ad atteggiamenti regressivi ribaditi dall’ onomastica ereditata dalle maschere eskimo dell’Alaska o da quelle africane. Così Attkuyu del 1994 inalbera sul suo faccione quadrato di legno grezzo un telefonino, mentre Lengua mask del 1993 si fa trapanare il cranio da una lima e Tamate-Begu del medesimo anno spalanca la bocca in un dolente ghigno per via di una sega che attraversa il volto. E la fiera delle espressioni si moltiplica all’infinito in un tripudio di rondelle, di spazzole, di pennelli usati, di martelli e di mazzuoli, di coccarde e di fregi di ogni tipo e derivazione da applicare su ogni pezzo di legno che per scelta, per caso o per scommessa con se stesso egli ha deciso di volta in volta di rendere immagine di un comportamento. Questi personaggi ( insolenti, beffardi, inquietanti, misteriosi ) affollavano le pareti del suo studio: che fossero la traduzione di un sogno dell’infanzia o il ricorrente incubo della contemporaneità, poco importa. Baj ci ha abituato a leggere le sue opere nella loro duplice e talora opposta valenza. Era anche un modo di leggere la trasformazione della materia ( o delle materie ) in immagine e viceversa che solo lui riusciva a compiere con la semplicità delle cose ovvie. Di semplicità in semplicità queste maschere hanno assunto un corpo ( costituito sovente da un tronco d’albero ) e si sono trasformate in totem dalla duplice visione per via di un fronte e di un retro di pari importanza narrativa. Per temperare un certo rigore pittorico e formale ( la sostanza del legno prevale sovente sul decoro ) ecco il ritorno dei titoli altisonanti che nel 1997 vanno dalla coppia indivisibile Il Re Sole e la Marchesa di Montespano al Grande Sacerdote Numerario e Triplice Bozzuto, a Lancillotto e Re Artù e così via. E il conclusivo gruppo dei Senufo sono il teatrino riassuntivo di un percorso che è approdato al 1999 senza in effetti mai concludersi. D’altronde Enrico Baj non ha mai smesso di guardare intorno a sé e di guardarsi, di cercare stimoli costruttivi e di cercarsi attraverso quella materia che nel trasformarsi poteva rispondere a determinati quesiti. E queste sono le sue risposte. Sta a noi coglierle nella giusta misura e interpretarle secondo coscienza.
Luciano Caprile
NOTE
1) Luciano Caprile, “Conversazioni con Enrico Baj. Mezzo secolo di avanguardie”, Elèuthera, Milano, 1997, p. 32
2) Enrico Crispolti ( a cura di ), “Catalogo generale Bolaffi delle opere di Baj”, Giulio Bolaffi Editore, Torino, 1973, p. IX
3) Tristan Sauvage, “Arte Nucleare”, Galleria Schwarz, Milano, 1962, p. 86
4) Gabriele Huber, “Cianfrusaglie e catastrofi” in “Baj. Opere 1951-2001”, Skira, Milano, 2001, p. 29
5) Jean Baudrillard, “Baj ovvero La Mostruosità messa a nudo dalla pittura, anche” in “Baj. I grandi quadri”, Electa, Milano, 1982, p. 11